I nostri politici promettono riforme epocali con progetti di mutamento costituzionale che si rivelano per quello che sono: penosi ritocchi a un sistema che continuerà a fare acqua da tutte le parti.
Fino a poche settimane fa Berlusconi assicurava che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. La manovra finanziaria approvata dal Parlamento in tempi di record non solo autorizza lo Stato a metterle quelle mani, ma sembra perfino strappare ai cittadini le tasche in cui ripongono i loro risparmi. E Berlusconi che fa? Tace.
Nel frattempo la classe politica attestata in Parlamento (di centro-destra e di centro-sinistra) non riesce a staccarsi da un sistema che consente i vergognosi privilegi di cui gode.
Il progetto costituzionale presentato da Calderoli è insufficiente perché costituisce in buona parte la riesumazione della riforma approvata dal centro-destra nel 2005 e bocciata dagli italiani con referendum nel 2006.
A quanto sembra, "i cattivi ragazzi della finanza internazionale"- come li ha ben definiti Giuseppe Turani in un suo interessante editoriale - dovranno bastonare ulteriormente l'Italia per far rinsavire i nostri politici.
martedì 19 luglio 2011
lunedì 18 luglio 2011
Mentre è guerra tra Porcellum e Mattarellum si avvicina l'ora X delle grandi riforme per il Paese
La legge elettorale che ci troviamo tra i piedi è volgarmente conosciuta come Porcellum grazie a un fortunato articolo di Giovanni Sartori che ebbe a coniarla con questa curiosa espressione dopo che il suo estensore, il ministro Roberto Calderoli, non aveva esitato a definirla una “porcata”. La legge non è certamente un modello di democrazia. Due i tratti distintivi che l’hanno resa indigeribile allo stomaco forte degli italiani, i quali – com’è noto – digeriscono (quasi) tutto. Anzitutto il premio di maggioranza pari al 55% dei seggi con cui alla Camera dei Deputati viene favorita la coalizione che ha riscosso il maggior numero di consensi. Nessuno avrebbe alcunché da obiettare se tale coalizione avesse una maggioranza del 51% degli elettori. Il guaio è che il premio scatta in favore di alleanze tra partiti che, pur avendo raggiunto il 40%, il 30% o addirittura il 20% dei voti, costituiscono non già la maggioranza, ma una minoranza ancorché fortissima; una legge che consente ai partiti che sono minoranza nel paese la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera dei Deputati è scarsamente compatibile con un regime democratico. Diversa la composizione del Senato, regolato da premi di maggioranza su base regionale. In fondo, la filosofia che sorregge il Porcellum non è molto diversa da quella della legge Acerbo del 1923: promossa per volontà del presidente del consiglio Benito Mussolini in regime non ancora fascista, assegnava il 66% dei seggi alla lista che avesse conseguito il 25% dei voti. Come si vede, cambiano le percentuali ma la filosofia resta la stessa. I partiti – di tutti i colori - non hanno mai cessato di fabbricarsi una legge elettorale tesa ad agevolare la loro marcia per la conquista e la conservazione del potere.
Attualmente sono due gli schieramenti che raccolgono le firme per indire un referendum abrogativo contro la legge vigente. Sono alquanto popolari perché navigano con andatura di poppa grazie al forte vento della partecipazione popolare che è spirato negli ultimi mesi, Del primo fanno parte i “paladini dell’alternanza”: si tratta di un gruppo composto in larghissima parte di esponenti del centrosinistra, da Arturo Parisi a Sofia Ventura, da Antonio Di Pietro a Nichi Vendola. Hanno le idee abbastanza chiare. Intendono ristabilire la normativa precedente al Porcellum, il Mattarellum, denominazione anch’essa di conio sartoriano risalente al suo inventore Sergio Mattarella. Questa legge, che nel nostro paese ha regolato le elezioni politiche dal 1994 al 2005, distribuiva i seggi di Camera e Senato in forza di un meccanismo che per il 75% era informato al sistema uninominale a un solo turno in piccoli collegi (passa il candidato che ha ricevuto i maggiori consensi sul modello inglese) e per il restante 25% da un sistema proporzionale a liste bloccate redatte in via esclusiva dalle segreterie di partito. In altri termini il voto di preferenza dei cittadini, previsto nelle schede dell’uninominale, era limitato dal “proporzionale” a liste bloccate. Si diceva che tale legge avrebbe assicurato stabilità con l’elezione diretta del premier e l’alternanza tra due schieramenti. Come ben previde a suo tempo Giovanni Sartori, i fatti smentirono ampiamente tali teorie.
I promotori del Mattarellum ritengono che tale legge sia positiva per tre ragioni. Anzitutto perché reintroduce l’importante voto di preferenza. In secondo luogo perché la ristretta dimensione dei collegi uninominali lega maggiormente i candidati ai territori vietando la possibilità di presentarsi contemporaneamente in più collegi. In terzo luogo perché il sistema cosiddetto maggioritario determinerebbe una maggiore tenuta del bipolarismo, il sistema politico fondato sull’alternanza al potere di due schieramenti contrapposti ritenuto fondamentale per la stabilità del Paese.
Sul primo punto è lecito nutrire alcuni dubbi, visto che il voto di preferenza riguarda solo il 75% dei collegi uninominali dai quali dipenderebbe l’elezione di gran parte del Parlamento. Non si capisce per quale motivo i promotori del Mattarellum, decisi ad abrogare il Porcellum perché antidemocratico, vogliano reintrodurre una legge che, sia pure per il 25% dei seggi, prevede la conservazione delle liste bloccate fatte dai partiti. Se questi sono i democratici che si oppongono al berlusconismo, stiamo freschi. Quanto al secondo punto nulla da obiettare, anche se l’uninominale secco a un turno non mi sembra un procedimento rispettoso delle minoranze, non foss’altro perché vincerebbe qualsiasi candidato abbia riscosso una percentuale di consensi inferiore alla maggioranza assoluta degli elettori (51%). E’ vero che tale sistema funziona bene in Inghilterra, ma questo non è un buon motivo per importarlo in Italia. Il bipartitismo anglosassone, che ha dato buona prova in un sistema di antica unità, non si attaglia al nostro Paese irriducibilmente policentrico, innervato di tradizioni storico culturali, interessi economici e politici troppo diversi per essere ridotti a due partiti o schieramenti contrapposti. Sulla presunta alternanza e governabilità garantite dal Mattarellum, basta confrontare il numero di elezioni con il numero dei governi formati tra il 1994 e il 2005 per accorgersi come tali traguardi siano stati clamorosamente mancati: tre elezioni politiche (1994, 1996, 2001) alle quali si son succeduti sei governi (Berlusconi I, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi II).
Il secondo gruppo di oppositori al Porcellum, lungi dal desiderare il Mattarellum, punta ad emendare con referendum abrogativo i tratti più antidemocratici della legge vigente lasciandone invariato l’impianto “proporzionale”. In sostanza vorrebbero tornare alla “Prima Repubblica”, anche se – dell’attuale legge in vigore – resterebbe la clausola di sbarramento al 4% estesa a tutti i partiti. A questo secondo gruppo, animato dal senatore Stefano Passigli e sostenuto dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, hanno aderito uomini di cultura come Valerio Onida, Giovanni Sartori, Enzo Cheli, Claudio Abbado. Non è scorretto definirli “i conservatori della Prima Repubblica” perché vorrebbero una legge elettorale con i seguenti requisiti: 1. abolizione del premio di maggioranza 2. reintroduzione del voto di preferenza. 3. divieto ai partiti di unirsi in coalizione; 4. abolizione della norma che prescrive l’indicazione sulla scheda elettorale del candidato premier. Relativamente a ques'ultimo punto, si oppongono all’elezione diretta del presidente del consiglio perché darebbe al nostro ordinamento, formalmente parlamentare, le sembianze di un semi-presidenzialismo non previsto dalla Carta del 1948.
Bisogna riconoscere che il secondo gruppo è mosso da istanze autenticamente democratiche, certamente più vicine alla complessa realtà italiana di quanto non siano i “paladini dell’alternanza”. L’abolizione del premio di maggioranza e la p i e n a reintroduzione del voto di preferenza sono proposte condivisibili, ispirate a un maggiore rispetto del voto popolare nella composizione degli organi di rappresentanza e di governo. Qualcuno potrebbe affermare che, senza il premio di maggioranza, torneremmo all’instabilità della Prima Repubblica. E’ un’obiezione palesemente infondata: se i governi - allora come oggi - cadevano dopo pochi anni, questo era dovuto non già alla legge proporzionale, ma alla mancanza nella Costituzione di clausole tese ad assicurare la governabilità. In Germania la sfiducia costruttiva consente esecutivi tendenzialmente stabili, obbligando il Bundestag a dimettere il governo con una maggioranza che sia concorde nell’indicare il nuovo cancelliere. In Francia, ove vige una forma di governo semi-parlamentare, l'assemblea elettivo-rappresentativa può sfiduciare la parte collegiale del governo (premier e ministri), non il presidente della repubblica titolare del potere esecutivo; quest'ultimo, eletto direttamente dai francesi, detiene peraltro il delicato potere di scioglimento delle camere.
I punti deboli della proposta Passigli sono essenzialmente due: il divieto di formare coalizioni di partiti e il rifiuto dell’elezione popolare del premier, ritenuta incostituzionale. Su quest’ultimo punto i “conservatori della Prima Repubblica” hanno ragione a giudicare scarsamente conciliabile con la forma di governo parlamentare una legge elettorale (sia essa il Porcellum o il Mattarellum) che consente l’iscrizione del candidato premier nella scheda elettorale. Credo tuttavia che i benefici di un’elezione diretta del premier siano senz’altro positivi perché spingono i partiti ad unirsi sulla base di programmi sottoposti al controllo dei cittadini.
Il problema dell'Italia è la diffusa convinzione che il principio dell'alternanza - principio basato sul sistema politico bipolare - sia un bene per il Paese e non debba in alcun modo essere abbandonato. Hanno ragione i "conservatori della Prima Repubblica" quando sostengono che il bipolarismo di questi ultimi vent'anni sia stato un male per il Paese. Il problema non si risolve tuttavia cambiando unicamente il Porcellum. La "Prima Repubblica" ha sofferto mali peggiori: governi di breve durata, frequenti elezioni, perenne instabilità, politiche economiche irresponsabili. L'unico punto di forza del sistema politico anteriore a Tangentopoli risiedeva nel metodo di concertazione tra i maggiori partiti che sedevano in Parlamento e formavano il governo. Occorre recuperare quel metodo, oggi quanto mai necessario per far dialogare le varie parti del Paese. Ma un governo di larghe intese, sottoposto al controllo dei cittadini, che possa durare una legislatura per affrontare serenamente i problemi del Paese con adeguati strumenti legislativi, può essere ottenuto a mio giudizio con un mutamento della forma di governo parlamentare. Alcuni storceranno il naso ma sessantacinque anni di parlamentarismo hanno dimostrato assai bene come la classe politica italiana sia rimasta in gran parte lontana dall'etica del servizio ai cittadini. Com'è possibile allora conciliare la governabilità con l'esigenza di aprire il governo alle principali forze politiche radicate nelle varie aree del Paese?
Credo che le soluzioni più opportune siano essenzialmente due, alle quali dovrebbero accompagnarsi riforme radicali che oltrepassano il tema della legge elettorale. Anzitutto occorre inserire nella nostra Costituzione un articolo che introduca un meccanismo di sfiducia costruttiva ancor più rigoroso rispetto a quello vigente in Germania. La sfiducia costruttiva, completamente assente nella nostra Costituzione, andrebbe rafforzata per evitare i colpi di mano dei parlamentari ai danni del governo. La maggioranza qualificata del Parlamento (2/3 dei membri) dovrebbe sfiduciare l’esecutivo a due condizioni: essa sarebbe tenuta ad indicare un candidato premier e, in caso di approvazione della mozione di sfiducia, lo scioglimento dell’assemblea dovrebbe essere immediato. In tal caso si andrebbe ad elezioni anticipate e gli italiani sarebbero chiamati non solo a rinnovare il parlamento, ma ad eleggere direttamente il presidente del consiglio scegliendo tra il premier sfiduciato e il candidato proposto dall’assemblea.
La seconda riforma di cui avrebbe bisogno il nostro Paese riguarda la separazione netta tra il governo e il parlamento: chi siede nell'assemblea non dovrebbe mai far parte dell'esecutivo e lo stesso dovrebbe valere per chi esercita funzioni di ministro. In tal modo si taglierebbero alla radice quei conflitti di interesse che spesso decidevano la sorte dei governi nella "Prima Repubblica". Tale riforma, come ho già accennato poco sopra, presuppone il cambiamento della forma di governo parlamentare. Non credo che il presidenzialismo statunitense o il sistema semi-parlamentare francese siano adatti al nostro Paese. Credo invece che una forma di governo direttoriale possa conciliare nel modo migliore le diverse Italie in cui il Paese è da sempre articolato.
L'introduzione di una forma di governo non parlamentare, direttoriale per l'appunto, non può andar disgiunta dall'altra grande riforma clamorosamente mancata nel nostro Paese: il mutamento della forma di Stato. La Repubblica Italiana, una e indivisibile, unitaria e parlamentare, dovrebbe essere sostituita da una Confederazione di tre Repubbliche (Nord Italia, Centro Italia, Sud Italia) governata da un Direttorio composto dai Governatori dei tre Stati italiani (eletti dalle rispettive popolazioni) e da un presidente federale eletto direttamente dai cittadini italiani in due tornate. Composto di poche persone (5 o al massimo 7 direttori), il governo federale sarebbe in grado di esercitare le sue funzioni in modo rapido e incisivo nel rispetto del pluralismo politico territoriale in cui il Paese è articolato da sempre e sotto gli occhi di tutti. In questo modo, trasferendo larga parte delle funzioni politiche e amministrative oggi gestite dal governo nazionale a poteri pubblici territorialmente estesi e soggetti al controllo dei cittadini, sarà possibile conciliare la governabilità con il rispetto rigoroso del pluralismo politico territoriale. I governi delle tre Repubbliche italiane sarebbero anch'essi a forma direttoriale composti dal Governatore e dai presidenti delle attuali Regioni.
Un cambiamento di tale portata, che comporterebbe la riforma pressoché integrale della Costituzione repubblicana, può essere fatto solo in circostanze drammatiche. La situazione critica in cui versa l'Italia dovrebbe spingere gli italiani a (ri)scoprire un modello di convivenza poggiante sul ruolo basilare del pluralismo territoriale. Il che è poi la sostanza del federalismo che, come ci insegnava Gianfranco Miglio, lungi dal fondare l'Unità, tende per sua natura a tutelare e a gestire le diversità.
venerdì 8 luglio 2011
Silvio lascia ad Angelino il Pdl, nave "sanza nocchiero in gran tempesta"
Il Cavaliere ha annunciato che alle prossime elezioni politiche non sarà il candidato premier per il Popolo della Libertà. E' significativo che abbia manifestato tale decisione nel corso di un'intervista concessa a "La Repubblica", il quotidiano che, or son quasi due anni, non esitò ad attaccare invitando gli industriali a boicottarne i finanziamenti. Cambiando radicalmente strategia, come d'altra parte è suo costume, il Cavaliere sceglie il giornale diretto da Ezio Mauro per dare al pubblico una notizia che i suoi "delfini" attendevano con trepidazione. L'obiettivo è facilmente intuibile: risollevare il centro-destra dal tracollo subito nelle ultime prove elettorali.
Vien da chiedersi se l'investitura di Angelino Alfano a segretario del partito sia sufficiente a raddrizzare la barca del centro-destra. Il ministro della giustizia è uomo brillante, capace, profondamente versato nel campo della giurisprudenza; senza dubbio la persona che ha dimostrato in questi anni di servire il padrone senza "se" e senza "ma". Tali doti, che hanno consentito ad Alfano una scalata fulminea ai vertici del partito, rischiano tuttavia di essere osteggiate dall'elettorato; un elettorato, come dimostrano i risultati dei referendum, che anche nel centrodestra ha mostrato di rigettare le logiche oligarchiche di una politica abissalmente lontana dal paese. Insomma, un uomo come Alfano, che ha servito gli interessi di Berlusconi con tanta fedeltà e pervicacia, ben difficilmente potrà rappresentare la spinta al cambiamento che i cittadini si aspettano.
Ricorrendo a una metafora eminentemente politica, nel Pdl nessuno sembra essersi accorto che, uscito di scena Berlusconi, c'è ancora un cadavere da sotterrare: il berlusconismo.
martedì 21 giugno 2011
Il burattino di Pontida
Berlusconi regge con la maggioranza che è riuscito a coagulare intorno a sé, in un modo o nell'altro. Bossi risponde: "nulla è scontato". Da dieci anni il Senatùr è un burattino che cerca di nascondere la mano di chi lo muove.
lunedì 20 giugno 2011
Pontida e i "penultimatum" della Lega
Non c'è che dire. Il cielo azzurro, il sole sfolgorante e il soffio di una dolce brezza di montagna hanno portato bene a quanti hanno trascorso il fine settimana al mare o in montagna. Ha portato male ai leghisti di Pontida, i quali si aspettavano di festeggiare il bel tempo con l'imminente caduta del governo Berlusconi ad opera di Umberto "il Giustiziere" e invece son rimasti a bocca asciutta. Hanno masticato amaro quanti speravano in un gesto risolutivo.
Il capo e i colonnelli ce l'hanno messa tutta per convincere la folla che la Lega di lotta non è ancor spenta. Musiche tratte dal film Braveheart, la voce tonitruante di uno speaker esaltato, parole di sostegno nei confronti degli artigiani e degli allevatori, promesse di riscrittura del patto di stabilità per consentire ai sindaci dei Comuni virtuosi di poter spendere le risorse accumulate in anni di buona amministrazione. Peccato che una parte della base, stufa di esser presa in giro dopo anni di bugie sul "federalismo fiscale", non ne voleva sapere di false promesse.
La novità stava tutta in un foglietto distribuito ai militanti che nelle intenzioni degli organizzatori doveva suonare come un ultimatum all''amico Berlusconi' e all''amico Giulio'. Intendiamoci. Un partito ridotto ormai a una larva se non alla caricatura della Lega dei primi anni Novanta, più che ultimatum oggi può rivolgere timide suppliche al principe di Arcore. Nulla di strano se un giorno si scoprisse che le richieste da "penultimatum" sono frutto di una stesura a tavolino tra l'amico Silvio, l'amico Giulio e il club ristretto Bossi-Calderoli-Maroni-Castelli in uno degli ultimi vertici di Arcore. Un programmino, quello contenuto nel "penultimatum", di cui presto non si sentirà parlare che in qualche osteria della fascia pedemontana tra Como e Treviso. Insomma, chi sperava nel botto - la rottura con Berlusconi - è rimasto deluso. Eppure, bastava leggersi il bel volume di Leonardo Facco, Umberto Magno. La vera storia dell'imperatore della Padania (Reggio, Aliberti 2010), per capire cosa sia diventata la Lega in quest'ultimo decennio.
Tra le varie richieste presentate a Berlusconi, il Senatùr ha rilanciato il tema dello spostamento dei ministeri da Roma. "Tre dicasteri a Monza, uno a Milano" ha detto Bossi rivolgendosi alla folla dei suoi aficionados. Intendiamoci. Di quali uffici si tratti nello specifico, nulla è dato sapere. L'unica certezza è che alcune scrivanie del suo ministero "senza portafoglio" (quello "per le Riforme e per il Federalismo") verranno trasferite nella Villa Reale di Monza.
Diciamo la verità. Ieri si son viste le comiche. Il Capo e Calderoli, assisi sul palco, mostravano alla folla la targa sfolgorante del nuovo ministero brianzolo portata da un inebetito quanto ossequiente sindaco di Monza; il quale, atteggiandosi con un certo spirito di sudditanza e devozione nei confronti del Capo, ha perfino estratto dal cilindro la chiave che - stando alla sue parole - consente l'accesso alla Villa Reale; una vera e propria chiave magica destinata ad aprire le decine di porte del maestoso edificio.
Già mi par di vedere rigirarsi nella tomba l'arciduca Ferdinando d'Austria figlio dell'imperatrice Maria Teresa, che nella seconda metà del Settecento riuscì a convincere la madre a finanziare la costruzione della magnifica reggia nella campagna brianzola. Mi chiedo: come può la villa costruita dal grande Piermarini ove vissero arciduchi e arciduchesse, viceré e viceregine, re e regine, simbolo del potere politico di un potente Stato regionale nel Nord Italia, come può esser ridotta a misera dépandance di un ministero romano, per giunta "senza portafoglio"? Misteri della politica, enigmi dell'oscurità bossiana.
La morale è che il decentramento dei ministeri sarà l'ennesima boutade destinata ovviamente a non essere realizzata. Peccato. Tale proposta, se inserita in un piano di riforma autenticamente federale, non sarebbe poi così campata per aria. Negli Stati federali gli uffici dei dicasteri sono diffusi sul territorio. La ragione è presto detta. In un ordinamento federale non esiste la concentrazione del potere nella Capitale, perché in una Federazione le Capitali sono molte e diverse, come molti e diversi sono gli Stati membri del patto confederale. Il guaio è che la proposta leghista, nei termini in cui è stata formulata, ha l'aria di una richiesta improvvisata, buttata lì per non deludere i militanti. Una proposta in fin dei conti assai poco credibile. Come si può pensare di concentrare a Monza tre dicasteri? Che senso può avere? Monza merita forse tanta importanza rispetto alle altre città del Nord Italia e della penisola? Perché non pensare invece di spostare alcuni ministeri nelle città che furono un tempo antiche Capitali di Stati regionali? Milano, Torino, Venezia, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo? Lo scrissi su questo blog or è quasi un anno.
Eppure, a sentir le reazioni del sindaco dell'Urbe Gianni Alemanno, della governatrice del Lazio Renata Polverini, del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro e di buona parte della sinistra, sembra che il federalismo sia estraneo alla cultura di questo Paese. A me sembra che molto debba ancora esser fatto. La ragione suggerisce di essere ottimisti. La lezione dei fatti italiani - come direbbe Machiavelli - induce a un moderato pessimismo.
Il capo e i colonnelli ce l'hanno messa tutta per convincere la folla che la Lega di lotta non è ancor spenta. Musiche tratte dal film Braveheart, la voce tonitruante di uno speaker esaltato, parole di sostegno nei confronti degli artigiani e degli allevatori, promesse di riscrittura del patto di stabilità per consentire ai sindaci dei Comuni virtuosi di poter spendere le risorse accumulate in anni di buona amministrazione. Peccato che una parte della base, stufa di esser presa in giro dopo anni di bugie sul "federalismo fiscale", non ne voleva sapere di false promesse.
La novità stava tutta in un foglietto distribuito ai militanti che nelle intenzioni degli organizzatori doveva suonare come un ultimatum all''amico Berlusconi' e all''amico Giulio'. Intendiamoci. Un partito ridotto ormai a una larva se non alla caricatura della Lega dei primi anni Novanta, più che ultimatum oggi può rivolgere timide suppliche al principe di Arcore. Nulla di strano se un giorno si scoprisse che le richieste da "penultimatum" sono frutto di una stesura a tavolino tra l'amico Silvio, l'amico Giulio e il club ristretto Bossi-Calderoli-Maroni-Castelli in uno degli ultimi vertici di Arcore. Un programmino, quello contenuto nel "penultimatum", di cui presto non si sentirà parlare che in qualche osteria della fascia pedemontana tra Como e Treviso. Insomma, chi sperava nel botto - la rottura con Berlusconi - è rimasto deluso. Eppure, bastava leggersi il bel volume di Leonardo Facco, Umberto Magno. La vera storia dell'imperatore della Padania (Reggio, Aliberti 2010), per capire cosa sia diventata la Lega in quest'ultimo decennio.
Tra le varie richieste presentate a Berlusconi, il Senatùr ha rilanciato il tema dello spostamento dei ministeri da Roma. "Tre dicasteri a Monza, uno a Milano" ha detto Bossi rivolgendosi alla folla dei suoi aficionados. Intendiamoci. Di quali uffici si tratti nello specifico, nulla è dato sapere. L'unica certezza è che alcune scrivanie del suo ministero "senza portafoglio" (quello "per le Riforme e per il Federalismo") verranno trasferite nella Villa Reale di Monza.
Diciamo la verità. Ieri si son viste le comiche. Il Capo e Calderoli, assisi sul palco, mostravano alla folla la targa sfolgorante del nuovo ministero brianzolo portata da un inebetito quanto ossequiente sindaco di Monza; il quale, atteggiandosi con un certo spirito di sudditanza e devozione nei confronti del Capo, ha perfino estratto dal cilindro la chiave che - stando alla sue parole - consente l'accesso alla Villa Reale; una vera e propria chiave magica destinata ad aprire le decine di porte del maestoso edificio.
Già mi par di vedere rigirarsi nella tomba l'arciduca Ferdinando d'Austria figlio dell'imperatrice Maria Teresa, che nella seconda metà del Settecento riuscì a convincere la madre a finanziare la costruzione della magnifica reggia nella campagna brianzola. Mi chiedo: come può la villa costruita dal grande Piermarini ove vissero arciduchi e arciduchesse, viceré e viceregine, re e regine, simbolo del potere politico di un potente Stato regionale nel Nord Italia, come può esser ridotta a misera dépandance di un ministero romano, per giunta "senza portafoglio"? Misteri della politica, enigmi dell'oscurità bossiana.
La morale è che il decentramento dei ministeri sarà l'ennesima boutade destinata ovviamente a non essere realizzata. Peccato. Tale proposta, se inserita in un piano di riforma autenticamente federale, non sarebbe poi così campata per aria. Negli Stati federali gli uffici dei dicasteri sono diffusi sul territorio. La ragione è presto detta. In un ordinamento federale non esiste la concentrazione del potere nella Capitale, perché in una Federazione le Capitali sono molte e diverse, come molti e diversi sono gli Stati membri del patto confederale. Il guaio è che la proposta leghista, nei termini in cui è stata formulata, ha l'aria di una richiesta improvvisata, buttata lì per non deludere i militanti. Una proposta in fin dei conti assai poco credibile. Come si può pensare di concentrare a Monza tre dicasteri? Che senso può avere? Monza merita forse tanta importanza rispetto alle altre città del Nord Italia e della penisola? Perché non pensare invece di spostare alcuni ministeri nelle città che furono un tempo antiche Capitali di Stati regionali? Milano, Torino, Venezia, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo? Lo scrissi su questo blog or è quasi un anno.
Eppure, a sentir le reazioni del sindaco dell'Urbe Gianni Alemanno, della governatrice del Lazio Renata Polverini, del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro e di buona parte della sinistra, sembra che il federalismo sia estraneo alla cultura di questo Paese. A me sembra che molto debba ancora esser fatto. La ragione suggerisce di essere ottimisti. La lezione dei fatti italiani - come direbbe Machiavelli - induce a un moderato pessimismo.
lunedì 21 febbraio 2011
Quando i Milanesi festeggiavano Sant'Ambrogio armato di staffile...
Il 21 febbraio 1339, nei pressi di Parabiago, le truppe del signore di Milano, Azzone Visconti, si scontrarono contro l'armata guidata dal cugino Lodrisio, deciso a spodestare il parente e ad impadronirsi del potere.
Come si svolse la battaglia?
Azzone poteva contare sullo zio Luchino, ottimo comandante militare. Lodrisio invece era appoggiato dal signore di Verona, Martino della Scala, che gli aveva fornito una nutrita schiera di soldati tedeschi, molti dei quali appartenevano probabilmente all'esercito dell'imperatore Ludovico il Bavaro. Lodrisio era anche conte del Seprio e in tale veste, entrato nel milanese dopo aver varcato l'Adda, si era diretto nei suoi domini per procurarsi risorse e reclutare nuovi armati.
La battaglia di Parabiago, svoltasi sulla neve, fu particolarmente atroce. La vittoria parve arridere inizialmente alla compagnia di San Giorgio: a questo santo, particolarmente diffuso nei paesi nordici, Lodrisio aveva infatti dedicato il suo esercito. I milanesi scelsero invece di inalberare le insegne di Sant'Ambrogio. Insomma, quello che fu in realtà lo scontro di due bande di armati assunse ben presto i segni di una guerra tra santi.
Luchino cadde prigioniero di Lodrisio e, legato a un albero, fu costretto ad assistere impotente allo svolgersi degli eventi. Tuttavia, nel corso della giornata, nuove truppe accorsero in aiuto dei milanesi. Essi poterono rovesciare le sorti del conflitto e annientare il nemico. Secondo l'eminente storico di Milano, Giorgio Giulini,
"In quella terribile battaglia più di tremila uomini, fra una parte e l'altra, e settecento cavalli restarono morti. Due mila e cento cavalli furono presi da' vincitori, oltre quelli che fuggirono, e quelli che furono rubati. Quasi tutti i militi, che restarono vivi, riportarono qualche ferita"
(G. GIULINI, Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e compagna di Milano ne' secoli bassi, Milano, Francesco Colombo 1856, vol. V, pag.263).
La storia, come si sa, viene scritta dai vincitori, quasi mai dai vinti. I milanesi, come da manuale, tramandarono gli eventi di Parabiago raccontando che il 21 febbraio 1339 i soldati del perfido Lodrisio erano stati scacciati non solo grazie al valore dei loro avi, ma anche per l'apparizione miracolosa di Sant'Ambrogio, vestito in abito bianco, armato di una sferza o staffile con cui non esitò a percuotere le schiere del traditore di Milano.
Cesare Cantù, nella Grande Illustrazione del Lombardo Veneto, ricordò la curiosa tradizione del 21 febbraio riconoscendo l'incredibile popolarità di quel giorno: "Tanto terrore aveva incusso quella masnada che la battaglia di Parabiago restò nelle tradizioni popolari più viva che non quelle di Legnano o d'Alessandria, e consacrandola col meraviglioso, si disse che Sant'Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo collo staffile percotendo gli stranieri". (C. CANTU', Grande illustrazione del Lombardo Veneto, Milano, Corona e Caimi, 1858, vol.I., pag. 117).
Nel luogo ove Luchino era stato fatto prigioniero e dove si diceva fosse apparso Sant'Ambrogio, i Visconti fondarono una chiesa dedicata al protettore della città. I signori di Milano stabilirono inoltre che il 21 febbraio le autorità e il popolo cittadino si recassero in pellegrinaggio a Parabiago perché fosse serbata perenne memoria di quell'evento.
Pietro Verri, nella sua Storia di Milano, non esitò a commentare con ironia la festa milanese di Sant'Ambrogio alla Vittoria:
Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto celebre, e come ne' giorni fausti siasi tanto distinto il 21 di febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto Federico Primo dai Milanesi, potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle, che non aveva Sovranità o Stati, fu sconfitto da un Principe che dominava dieci Città (Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e Piacenza NdR); nel secondo, una povera Città, che aveva sofferto mali estremi, sconfisse un potentissimo Imperatore che aveva fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso si combatté per ubbidire più ad Azone che a Lodrisio; nel secondo si combatté per essere liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 maggio. Ma la fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. E vero che una nascente Repubblica nel secolo duodecimo non aveva né l'ambizione né i mezzi che poteva avere un gran Principe nel secolo decimoquarto per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa. (P. VERRI, Storia di Milano, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pp.312-313).
Bisogna riconoscere tuttavia che i milanesi non avevano tutti i torti a festeggiare il 21 febbraio con tanta solennità. Essi ritenevano che Lodrisio avesse combattuto per ambizioni personali con un esercito composto in larghissima parte di stranieri (tedeschi e veronesi). Anche Azzone e i suoi parenti combatterono per interessi personali: essi difesero la signoria viscontea in una città che aveva perso ormai le libertà comunali. Tuttavia, diversamente da Lodrisio, Azzone governò Milano come legittimo signore della città, riconosciuto come tale dai milanesi. Per questo motivo la festa di Parabiago venne percepita come una festa autenticamente meneghina.
La difficoltà di recarsi a Parabiago in una stagione che a quei tempi rendeva particolarmente difficili gli spostamenti, indusse San Carlo Borromeo, nella seconda metà del XVI secolo, a riformare il calendario abolendo quella festa. I milanesi continuarono tuttavia a celebrare la ricorrenza, che venne sentita come una vera e propria festa civica. Fu così stabilito che il 21 febbraio, giorno della festa di Sant'Ambrogio alla Vittoria, la processione si svolgesse entro la città di Milano e terminasse nella basilica di Sant'Ambrogio.
venerdì 11 febbraio 2011
La natura non federale del ‘federalismo municipale’
Un buon progetto di autonomia finanziaria dei Comuni che nulla ha però da spartire con il federalismo. Questo il giudizio di fondo che si ricava da una rapida lettura del decreto legislativo sul ‘federalismo municipale’; il decreto, che non è passato all’esame consultivo della ‘bicameralina’ per parità di voti (15 a 15 per il no decisivo del finiano Mario Baldassarri), verrà approvato tra pochi giorni in Parlamento per espressa volontà del governo, deciso a farlo passare con il voto di fiducia.
Quali sono in sostanza le linee di fondo di questa riforma? La normativa inciderà in misura notevole sull’autonomia dei Comuni. Oggi gli enti locali si finanziano potendo contare su proprie fonti di gettito e sui trasferimenti che lo Stato centrale attua in base al criterio della spesa storica. Tale criterio produce spesso inefficienza perché ogni anno i sindaci dei comuni male amministrati incassano la stessa ingente quantità di fondi; i cittadini di quei municipi, non avendo la percezione dei costi effettivi della macchina burocratica locale – costi oggi pagati in larga parte dallo Stato mediante i trasferimenti - non possono esercitare alcun controllo effettivo sulla destinazione di quei fondi. Con ogni probabilità le cose cambieranno sensibilmente con la nuova normativa.
I Comuni, soppressi i trasferimenti dello Stato centrale sulla base della spesa storica, potranno finanziarsi con una serie di strumenti che serviranno a pagare il fabbisogno standard, vale a dire il costo medio dei servizi essenziali che i Comuni dovranno sostenere tanto al Nord quanto al Sud. Il sindaco che vorrà incassare più risorse per garantire ulteriori servizi ai suoi cittadini, dovrà introdurre apposite “tasse di scopo”, il che lascia presupporre che sarà costretto ad operare in modo trasparente di fronte ai suoi amministrati.
La normativa predisposta dal governo ha il merito di decretare l’eliminazione o l’accorpamento di 10 delle 18 forme impositive attualmente esistenti. L’imposta municipale unica (IMU) raggrupperà gran parte delle attuali tasse comunali, a partire dall’Ici sulle seconde case e sugli esercizi commerciali. Val la pena ricordare, a tal proposito, che l’Ici sulle prime abitazioni non verrà reintrodotta come invece chiedevano i finiani.
Il secondo strumento cui potranno ricorrere i sindaci in seguito all’approvazione del decreto sul ‘federalismo municipale’ sarà l’imposta municipale secondaria (IMU2) nella quale verranno raggruppate altre tasse locali. I Comuni potranno poi beneficiare della cedolare secca sugli affitti, il cui gettito è stimato a un livello superore ai 15 miliardi di euro. E’ previsto inoltre lo sblocco dell’addizionale comunale Irpef, la cui soglia, come concordato dal governo con l’Anci (Associazione nazionale dei comuni italiani), non sarà superiore allo 0,4%. Dal 2014 i Comuni italiani, per finanziare la spesa standard, potranno infine ricorrere alla compartecipazione a una serie di tributi statali calcolata su base provinciale: l’imposta sul registro, l’imposta di bollo, l’imposta ipotecaria e catastale, l’Iva per 2,8 miliardi di euro.
Merita infine di essere ricordato che, a partire dal 2011, verrà costituito un fondo sperimentale di riequilibrio della durata di cinque anni: ad esso potranno attingere i Comuni che non saranno riusciti a coprire la spesa standard. Il fondo sarà alimentato dal gettito degli stessi tributi cui attingeranno i Comuni a partire dal 2014 mediante le già ricordate forme di compartecipazione.
Alcuni opinionisti hanno sostenuto che questa normativa finirà con l’aumentare il divario tra i Comuni del Nord e i Comuni del Sud. A ben vedere, se si tiene conto del fondo perequativo e delle varie forme di compartecipazione ai tributi erariali, è difficile pensare che i Comuni dei territori più poveri verranno considerevolmente penalizzati. Occorre invece riconoscere che il decreto del governo ha il merito di rendere più difficili sprechi di risorse pubbliche grazie all’introduzione della spesa standard che annullerà definitivamente l’opposto principio della spesa storica, causa di inefficienza e di spreco di risorse pubbliche.
Non c’è che dire: nel complesso è una buona normativa. Se una critica può esser mossa al governo, bisogna rilevare che il nome con cui è stata definita tale riforma (federalismo municipale) non ha niente da spartire con il suo contenuto, riguardante – come si è cercato di spiegare in questa sede – l’autonomia finanziaria dei municipi e nulla di più. Il decreto legislativo poggia sull’amministrazione finanziaria dello Stato unitario e presuppone l’esistenza di quest’ultima per la sua concreta realizzazione; il che, come è facile intuire, costituisce la palese negazione del federalismo. Nei decreti delegati approvati dal governo o in via di approvazione la fissazione delle imposte (dirette e indirette) e la loro riscossione non è competenza delle maggiori Comunità territoriali, come avverrebbe in un regime federale. Il presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo in un’intervista del 4 febbraio scorso, nel commentare la legge sul “federalismo municipale” ha rilevato opportunamente il marchiano errore terminologico compiuto dal governo: “il federalismo è un processo di unificazione progressiva di Stati che erano sovrani verso un unico Stato gestore. Che cosa c’entra questo con l’autonomia finanziaria dei Comuni decisa dal Parlamento nazionale? Con il termine federalismo si spaccia ciò che è autonomismo degli enti locali” (intervista a cura di Donatella Stasio per “Il Sole 24 Ore”). Per capire come l’autonomia finanziaria dei comuni possa essere realizzata in un regime autenticamente federale, varrà la pena ricordare il caso della Svizzera, dove la legislazione tributaria dei Comuni, lungi dall’essere competenza della Confederazione, viene regolata in via esclusiva dai Cantoni; la compartecipazione dei Comuni avviene in quel paese con addizionali poste sui tributi cantonali, non sulle imposte federali. Ora, nel sedicente “federalismo municipale” le quote di compartecipazione riguardano i tributi dello Stato, tributi che vengono decisi e riscossi dall’amministrazione centrale. Insomma, a me pare che siamo lontani anni luce dai principi del federalismo.
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