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giovedì 12 aprile 2012

I due capponi chiamati a fare pulizia nella stalla Lega

Il Senatùr, Calderoli e Maroni si ergono a giustizieri, a vendicatori dei militanti leghisti umiliati e offesi dalle male azioni del Cerchio Magico. E' lecito nutrire qualche dubbio sulla serietà delle loro intenzioni. I primi due, agendo di concerto con altri figuri più o meno famosi, da tempo sono stati decisivi nel rendere la Lega una porcilaia. Maroni sembra essere l'unica persona credibile ma pesa sul suo conto un inquietante interrogativo. Ci chiediamo come sia riuscito in questi anni a trovarsi a suo agio in mezzo alla sporcizia che ora promette di spazzare via.

Il numero uno della Lega, il principale responsabile di ogni azione politica ed economica del movimento, Umberto Bossi, è ancora lì. Nessuno ha avuto il coraggio di toccarlo. Si è dimesso - è vero - ma i vertici (che dipendono da lui e dai suoi sodali) lo hanno subito nominato Presidente del partito. Maroni e i suoi sostengono la tesi che il Senatùr sia stato raggirato da un pugno di disonesti senza scrupoli. Il guaio è che i disonesti sono stati piazzati in Lega dall'Umberto, il quale ha sempre agito con la sua ristretta équipe di fedelissimi e fedelissime (cerchisti e non cerchisti). E' una storia - questa del povero Bossi raggirato e preso in giro dai furbi - che può reggere per i militanti affezionati alla storia del Senatùr, per gli attivisti resi ciechi dalla fede nei poteri salvifici del Capo o - a dir meglio - di quel che resta del Capo. L'elettorato leghista e filo-leghista (che costituisce forse il 70% dei voti pro-Lega) difficilmente crederà a questa favoletta.

La verità - come sempre in politica - è assai più rude e semplice. Senza l'intervento della Magistratura, Maroni e Calderoli non si sarebbero mai sognati di fare i purificatori. Se gli scandali del partito non li avessero costretti a mascherarsi da moschettieri del re Umberto "puro e incorruttibile", sarebbero ancora lì a razzolare nell'aia beccandosi come i capponi di Renzo.

mercoledì 4 aprile 2012

Il destino della Lega? Affondata in un Belsito...


Le indagini della magistratura a carico dell'ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, accusato di appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato, riciclaggio di denaro sembrano portare alla luce un sistema spaventoso di malversazione ai danni della collettività. Attenderemo il processo e la sentenza della magistratura per capire le responsabilità di ciascuna persona in questa squallida vicenda.

Ha ragione Matteo Salvini a denunciare l'intervento ad orologeria della Magistratura. Ma non è colpa di nessuno se il suo partito è al centro da settimane di indagini su presunti giri di tangenti e malversazioni. Se la Lega fosse un partito gestito con onestà e trasparenza, se i politici della Lega fossero onesti e trasparenti, i magistrati non sarebbero costretti ad occuparsi di loro.

Montanelli diceva: "gli italiani hanno lo stomaco forte: digeriscono tutto". Un giudizio non proprio calzante per l'elettorato leghista, da sempre accusato di essere poco sensibile all'italianità. Vedremo alle prossime elezioni come reagiranno i militanti leghisti e i cittadini dell'area pedemontana che hanno votato per anni il Carroccio. Continueranno a turarsi il naso dinanzi al puzzo nauseante che esala da via Bellerio o faranno affondare un partito che serve ai Bossi per sistemare i loro famigli more italico? 

In effetti fa rabbrividire l'accusa che una parte dei fondi pubblici destinati all'attività del partito sarebbe stata impiegata da Belsito per le spese personali di Rosy Mauro e della famiglia Bossi, come d'altra parte non cessano di stupire (in negativo) le rivelazioni di Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, in merito alla discutibile gestione finanziaria di quel partito. I leader politici pensano di cavarsela scaricando le colpe sui tesorieri. Non è un comportamento corretto. Abbiano la dignità di dimettersi, ammettano di essere responsabili nella gestione clamorosamente superficiale del partito, riconoscano il loro peso nella nomina di determinati figuri ai vertici del movimento.

E' inutile che Bossi faccia finta di cascare dal pero. Se fosse un uomo politico responsabile, si sarebbe dimesso. Questo tuttavia non avverrà perché dietro il Senatùr c'è il codazzo dei familiari (in senso stretto e allargato) che non solo gli devono la carriera, ma soprattutto - come avviene per tutti i partiti incistati nel sistema - sono titolari - grazie alla Lega - delle rendite politiche nei vari posti dell'amministrazione centrale e locale. Senza Bossi dove andrebbero i tanti aiutanti che si nascondono dietro la sua persona ormai provata dalla malattia? Da almeno un decennio la Lega si è trasformata cambiando la sua natura: da partito del Nord a Roma è diventata un partito romano radicato al Nord.  

 E' innegabile che la vicenda Belsito non mancherà di pesare sull'elettorato della Lega alle prossime elezioni. Il Carroccio potrebbe subire un drastico calo di consensi. Non si può escludere neppure che il partito di Bossi finisca per implodere.   

Occorre tuttavia rilevare che la battaglia per l'autonomia delle Regioni padane, per una riforma radicale dello Stato italiano in senso autenticamente federale, è ben lungi dall'essere destinata al fallimento. Nel Nord Italia e nel Centro Italia la crisi economica sembra rafforzare i movimenti indipendentisti che, presenti ormai da tempo sul territorio, paiono destinati ad ereditare - sia pure in parte - il bacino elettorale intercettato dal Carroccio. Sono movimenti che si rifanno al programma originario della Lega, quel programma che Gianfranco Miglio aveva mirabilmente condensato nel decalogo di Assago (1993). Per questa ragione le elezioni amministrative potrebbero riservare nuove sorprese, soprattutto nell'Italia padana.

martedì 21 giugno 2011

Il burattino di Pontida

Berlusconi regge con la maggioranza che è riuscito a coagulare intorno a sé, in un modo o nell'altro. Bossi risponde: "nulla è scontato". Da dieci anni il Senatùr è un burattino che cerca di nascondere la mano di chi lo muove.

lunedì 20 giugno 2011

Pontida e i "penultimatum" della Lega

Non c'è che dire. Il cielo azzurro, il sole sfolgorante e il soffio di una dolce brezza di montagna hanno portato bene a quanti hanno trascorso il fine settimana al mare o in montagna. Ha portato male ai leghisti di Pontida, i quali si aspettavano di festeggiare il bel tempo con l'imminente caduta del governo Berlusconi ad opera di Umberto "il Giustiziere" e invece son rimasti a bocca asciutta. Hanno masticato amaro quanti speravano in un gesto risolutivo.

Il capo e i colonnelli ce l'hanno messa tutta per convincere la folla che la Lega di lotta non è ancor spenta. Musiche tratte dal film Braveheart, la voce tonitruante di uno speaker esaltato, parole di sostegno nei confronti degli artigiani e degli allevatori, promesse di riscrittura del patto di stabilità per consentire ai sindaci dei Comuni virtuosi di poter spendere le risorse accumulate in anni di buona amministrazione. Peccato che una parte della base, stufa di esser presa in giro dopo anni di bugie sul "federalismo fiscale", non ne voleva sapere di false promesse.

La novità stava tutta in un foglietto distribuito ai militanti che nelle intenzioni degli organizzatori doveva suonare come un ultimatum all''amico Berlusconi' e all''amico Giulio'. Intendiamoci. Un partito ridotto ormai a una larva se non alla caricatura della Lega dei primi anni Novanta, più che ultimatum oggi può rivolgere timide suppliche al principe di Arcore. Nulla di strano se un giorno si scoprisse che le richieste da "penultimatum" sono frutto di una stesura a tavolino tra l'amico Silvio, l'amico Giulio e il club ristretto Bossi-Calderoli-Maroni-Castelli in uno degli ultimi vertici di Arcore. Un programmino, quello contenuto nel "penultimatum", di cui presto non si sentirà parlare che in qualche osteria della fascia pedemontana tra Como e Treviso. Insomma, chi sperava nel botto - la rottura con Berlusconi -  è rimasto deluso. Eppure, bastava leggersi il bel volume di Leonardo Facco, Umberto Magno. La vera storia dell'imperatore della Padania (Reggio, Aliberti 2010), per capire cosa sia diventata la Lega in quest'ultimo decennio.

Tra le varie richieste presentate a Berlusconi, il Senatùr ha rilanciato il tema dello spostamento dei ministeri da Roma. "Tre dicasteri a Monza, uno a Milano" ha detto Bossi rivolgendosi alla folla dei suoi aficionados. Intendiamoci. Di quali uffici si tratti nello specifico, nulla è dato sapere. L'unica certezza è che alcune scrivanie del suo ministero "senza portafoglio" (quello "per le Riforme e per il Federalismo") verranno trasferite nella Villa Reale di Monza.

Diciamo la verità. Ieri si son viste le comiche. Il Capo e Calderoli, assisi sul palco, mostravano alla folla la targa sfolgorante del nuovo ministero brianzolo portata da un inebetito quanto ossequiente sindaco di Monza; il quale, atteggiandosi con un certo spirito di sudditanza e devozione nei confronti del Capo, ha perfino estratto dal cilindro la chiave che - stando alla sue parole - consente l'accesso alla Villa Reale; una vera e propria chiave magica destinata ad aprire le decine di porte del maestoso edificio.

Già mi par di vedere rigirarsi nella tomba l'arciduca Ferdinando d'Austria figlio dell'imperatrice Maria Teresa, che nella seconda metà del Settecento riuscì a convincere la madre a finanziare la costruzione della magnifica reggia nella campagna brianzola. Mi chiedo: come può la villa costruita dal grande Piermarini ove vissero arciduchi e arciduchesse, viceré e viceregine, re e regine, simbolo del potere politico di un potente Stato regionale nel Nord Italia, come può esser ridotta a misera dépandance di un ministero romano, per giunta "senza portafoglio"? Misteri della politica, enigmi dell'oscurità bossiana.

La morale è che il decentramento dei ministeri sarà l'ennesima boutade destinata ovviamente a non essere realizzata. Peccato. Tale proposta, se inserita in un piano di riforma autenticamente federale, non sarebbe poi così campata per aria. Negli Stati federali gli uffici dei dicasteri sono diffusi sul territorio. La ragione è presto detta. In un ordinamento federale non esiste la concentrazione del potere nella Capitale, perché in una Federazione le Capitali sono molte e diverse, come molti e diversi sono gli Stati membri del patto confederale. Il guaio è che la proposta leghista, nei termini in cui è stata formulata, ha l'aria di una richiesta improvvisata, buttata lì per non deludere i militanti. Una proposta in fin dei conti assai poco credibile. Come si può pensare di concentrare a Monza tre dicasteri? Che senso può avere? Monza merita forse tanta importanza rispetto alle altre città del Nord Italia e della penisola? Perché non pensare invece di spostare alcuni ministeri nelle città che furono un tempo antiche Capitali di Stati regionali? Milano, Torino, Venezia, Parma, Modena, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo? Lo scrissi su questo blog or è quasi un anno. 

Eppure, a sentir le reazioni del sindaco dell'Urbe Gianni Alemanno, della governatrice del Lazio Renata Polverini, del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro e di buona parte della sinistra, sembra che il federalismo sia estraneo alla cultura di questo Paese. A me sembra che molto debba ancora esser fatto. La ragione suggerisce di essere ottimisti. La lezione dei fatti italiani - come direbbe Machiavelli - induce a un moderato pessimismo.

martedì 21 settembre 2010

Con il federalismo Roma non sarà l'unica capitale d'Italia

Ieri il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha commemorato il centoquarantesimo anniversario della breccia di Porta Pia. Roma, conquistata dalle truppe italiane il 20 settembre 1870, cessava di essere la sede del potere temporale del Papa e diveniva la nuova capitale del regno d'Italia sabaudo.

Le conseguenze di tale avvenimento furono notevoli e bene ha fatto il Capo dello Stato a ricordarne l'importanza storica. La capitale del regno italiano, che fino a quel momento era stata Firenze, veniva fissata in una città i cui abitanti avevano accolto con scarso entusiasmo i nuovi arrivati, ritenuti quasi responsabili di aver  interrotto la pace secolare del paterno governo pontificio. Ora il nuovo status della città pareva aver esaltato i romani, inducendoli a rivolgere al governo una serie di richieste che potessero degnamente salvaguardare i loro interessi. Ne scriveva amareggiato un uomo politico che aveva voluto ardentemente l'annessione di Roma, Bettino Ricasoli: "i Romani, invece di ringraziare Iddio che senza virtù loro, sono esciti (sic!) da una situazione intollerabile per un popolo che senta un poco di sé, son in piazza di continuo disposti ad agitarsi e ad agitare, e ad imporsi, ultimi aggiunti, alla grande famiglia, con le loro impazienze, con le loro bambocciate. V'è dunque in questa Roma una fatalità che deve rendersi maledetta per l'Italia?" (Ricasoli a Luigi Torelli, 20 novembre 1870). Poche ore prima il generale piemontese Alfonso La Marmora aveva scritto stizzito al primo ministro Giovanni Lanza: "Se i romani anziché esser liberati dagli Italiani, avesser loro fatta l'Italia, non avevano ancor il diritto di elevare tante pretese, e imporsi orgogliosamente alle rimanenti Provincie. A furia di gridare che senza Roma capitale l'Italia non poteva sussistere, questi Signori l'hanno preso sul serio. Ma non mi stupirebbe che tali smodate pretese provocassero una reazione contro Roma" (La Marmora a Lanza, 19 novembre 1870).

Centoquarant'anni dopo la breccia di Porta Pia, le lettere di La Marmora e Ricasoli rivelano una straordinaria attualità. Il governo Berlusconi ha approvato da pochi giorni un decreto legislativo ove sono accresciuti i poteri del Sindaco di Roma in un quadro di speciali autonomie riconosciute alla capitale. Insomma, i discendenti dei romani ex papalini paiono aver degnamente corrisposto ai desideri dei loro avi. Ma il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, dopo aver votato in consiglio dei ministri a favore di quel decreto, ha sostenuto la necessità di istituire un'altra capitale nel Nord Italia. Il Capo dello Stato, nel discorso tenuto ieri, ha respinto in via categorica la legittimità di tale ipotesi, sostenendo che Roma continuerà ad essere la sola capitale dello Stato unitario nazionale. Le parole di Napolitano, com'è facile immaginare, hanno finito per deludere quanti si augurano una riforma quasi integrale della Costituzione in chiave confederale.

Ma il presidente della repubblica ha fatto molto di più. Egli ha svelato la sua natura di convinto unitarista e antifederalista, non foss'altro perché, in un ordinamento informato al principio del pluralismo politico territoriale, esiste certamente una capitale sede del potere centrale, ma in essa hanno sede solo una parte dei dicasteri pubblici, essendo gli altri ministeri dislocati nelle città che continuano ad essere capitali di Stati regionali.

Finché non modificheremo l'articolo quinto della Costituzione, la nostra repubblica resterà uno Stato unitario, non federale. L'articolo quinto riconosce infatti l'esistenza di una sola Italia indivisibile, fondata sul decentramento amministrativo e su una vigilata autonomia degli enti locali. Ma un vero ordinamento federale è  informato a princìpi diversi:  le comunità territoriali membri della confederazione, lungi dal rinunciare alla loro sovranità, ne delegano una parte soltanto al potere federale, il quale, per questo motivo, non può  presentare in alcun modo i caratteri di unitarietà e indivisibilità tipici dello Stato moderno.

La proposta di Bossi mi sembra quindi sensata in un quadro di riforma costituzionale in senso autenticamente federale. Plausibile d'altra parte sarà anche ogni proposta che i politici centro meridionali volessero avanzare in Parlamento o in Consiglio dei Ministri per restituire a Napoli, a Firenze, o a Palermo il loro antico status di capitali.

lunedì 13 settembre 2010

La boutade di Bossi e i ministeri da riportare nelle ex capitali italiane

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha detto no ad Umberto Bossi che ieri, al tradizionale raduno di Venezia, proponeva di decentrare alcuni ministeri nelle città italiane, in particolar modo nei maggiori centri della Padania. Tale ipotesi,, ha affermato Alemanno, sarebbe irrealizzabile perché, oltre ad avere costi altissimi, nuocerebbe gravemente alla funzionalità del governo. Sono seguite le dichiarazioni dei ministri Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Giancarlo Galan, i quali hanno tranquillizzato il sindaco di Roma affermando che in consiglio dei ministri non è stato presentato alcun disegno di legge che vada in quella direzione.

La proposta di Bossi sembrerebbe avere il sapore della boutade lanciata dal leader per galvanizzare i suoi seguaci. Eppure, a ben vedere, l'idea è assai meno peregrina di quanto si potrebbe immaginare.
Alemanno ha ragione nell'indicare i problemi economici legati al trasferimento del personale o all'acquisto di vasti edifici nelle città ove verrebbero fissate le sedi centrali dei dicasteri. Tuttavia, in una riforma dell'ordinamento repubblicano che vuole essere autenticamente federale mi sembra naturale mettere in conto, tra i vari provvedimenti, il decentramento di una parte dei ministeri che oggi hanno sede a Roma. Non credo siano spese inutili e, se fatte in modo sensato, contribuirebbero certamente ad avvicinare i cittadini alle istituzioni.

I tedeschi, quando fondarono la repubblica federale nel 1949, lungi dal concentrare nella capitale tutti i dicasteri, decisero fin dall'inizio di realizzare il decentramento dei ministeri rompendo definitivamente con la vecchia organizzazione accentrata di stile prussiano e in parte weimariano.

Uno studio pubblicato sedici anni fa dalla Fondazione Agnelli, Capitale reticolare e riforma dello Stato («XXI Secolo», anno VI, numero 1/9, gennaio 1994),  ha dimostrato come in Germania la soluzione di decentrare gli uffici federali nelle città tedesche si sia rivelata vincente e abbia consentito nel tempo il buongoverno del paese.

Certo, la riunificazione ha indotto i tedeschi  a trasferire a Berlino la sede centrale di molti ministeri. Questo tuttavia non ha impedito che molti uffici e dipartimenti pubblici restassero nelle altre città germaniche. Oggi, delle quattordici sedi centrali di ministeri federali, otto hanno sede a Berlino, sei nell'antica capitale della repubblica federale, la cittadina di Bonn. I supremi tribunali federali come la Corte Costituzionale e la Corte Suprema Federale hanno sede a Karlsruhe (Land Baden Wurtemberg); gli uffici centrali della Bundesbank, com'è fin troppo noto, sono a Francoforte (Land Assia).

Se vogliamo fare dell'Italia una repubblica federale, faremmo bene a prendere seriamente in considerazione la proposta della Lega. D'altra parte la storia italiana è caratterizzata dalla presenza secolare di città che furono antiche capitali di stati regionali, sedi di burocrazie fin dalla costituzione dei primi poteri pubblici territoriali.

In assenza di un disegno di legge, concludo lanciando un'ipotesi di spostamento di alcune istituzioni, ministeri e supremi tribunali dello stato in città italiane ex capitali:

Ministero dell'Università a Bologna
Ministero dell'Economia a Milano
Banca d'Italia a Milano
Ministero delle Infrastrutture e Trasporti a Milano
Consiglio di Stato a Genova
Corte Costituzionale a Venezia
Ministero della Difesa a Torino
Ministero dei Beni Culturali a Firenze
Ministero degli Affari Esteri a Roma
Direzioni generali del Ministero dell'Interno a Roma e a Modena
Ministero della Giustizia a Napoli
Direzioni generali del Ministero dell'Ambiente, Tutela del territorio e del Mare a Palermo e a Parma.

martedì 7 settembre 2010

Fini e la svolta di Mirabello

Il discorso che Gianfranco Fini ha tenuto nella cittadina ferrarese di Mirabello ha il sapore di una sfida lanciata a Silvio Berlusconi e a Umberto Bossi. Certo, Fini si è guardato bene dall'attaccare frontalmente il governo, denunciando tout court la politica seguita dal centro destra. Ma è facile intravedere, nella studiata moderazione delle sue parole, un attacco esplicito ai partiti che hanno vinto le elezioni del 2008.

Il Popolo della Libertà e la Lega Nord vengono accusati di aver perseguito troppo spesso, nell'azione del governo, interessi particolari di territori o di categorie di cittadini a danno di altre. Fini ha criticato i provvedimenti di contenimento della spesa pubblica portati avanti dal governo, puntando l'indice contro i tagli ai fondi per la polizia, alle risorse per la pubblica istruzione, lasciandosi andare a una serie di critiche che neppure l'opposizione ha saputo fare in questi anni con pari intensità. Sulla riforma del processo breve, il presidente della Camera ha difeso la Magistratura affermando che "il garantismo non può essere mai considerato una sorte di immunità permanente". Evidente il riferimento ai progetti del governo sul "processo breve" o alla polemica insorta alcuni mesi fa sul disegno di legge relativo alle intercettazioni.

Insomma, il suo è stato un discorso da vero leader politico, il che finisce per rendere assai poco credibile il ruolo di terzietà e di garanzia richiesto dall'ufficio di presidente della Camera. Oggi Berlusconi, dopo l'accordo preso ieri al vertice di Arcore con Umberto Bossi, salirà al Colle per chiedere al presidente della Repubblica di convincere Fini a dimettersi dall'incarico che attualmente ricopre. Una richiesta che i finiani hanno buon gioco a definire irricevibile, visto che in questa Costituzione parlamentare il Capo dello Stato, quale garante dell'ordinamento repubblicano, non può arrogarsi il compito di dimettere il presidente di un'assemblea parlamentare o fare pressioni perché questi lasci l'incarico.        

A Mirabello Fini ha denunciato l'assenza nel Popolo della Libertà di uno spazio per una sana dialettica tra le varie correnti, sostenendo che la politica - nel senso etimologico del termine - dovrebbe tendere costantemente alla promozione del bene della comunità (dal greco antico: polis, città, comunità). Fini ha ragione nel contestare al Pdl una gestione scarsamente rispettosa nei confronti di chi la pensa diversamente da Berlusconi. Ma un partito ove la linea del Capo riscuote il consenso del 90% dei seguaci attivi, avrebbe dovuto fargli capire che la discussione di idee alternative a quelle della stragrande maggioranza viene a cessare una volta che la linea da seguire sia stata decisa. Rilasciando continue dichiarazioni in polemica con Berlusconi, Fini sembra aver rubato il mestiere all'opposizione. Berlusconi e Bossi hanno buone ragioni per chiedere le dimissioni al presidente della Camera, ma sbagliano a fare pressioni sul Capo dello Stato perché la Costituzione vigente non prevede che il presidente della Repubblica possa svolgere il compito ch'essi vorrebbero attribuirgli.

Prendendo in esame con il metodo della scienza politica quanto sta avvenendo nel centrodestra,  non Fini, ma  il Cavaliere sembra esser rimasto coerente  alla  s u a   politica, il che può sembrare un paradosso ma è difficilmente contestabile. Berlusconi ha ottenuto un notevole sostegno popolare nel corso di questi quindici anni: assieme alla Lega, rappresenta la promessa di un cambiamento radicale dell'ordinamento costituzionale in netta rottura con i tradizionali equilibri della cosiddetta Prima Repubblica. La riforma della Carta in senso federale e presidenziale costituisce la chiave di volta dell'accordo tra Berlusconi e Bossi. 

In questi ultimi anni, Fini ha dimostrato invece di credere nella validità dei principi cardine su cui si regge la Costituzione parlamentare. Egli si è posto in tal modo sulla stessa linea d'onda del centro sinistra. Credo che il  partito che si accinge a fondare non avrà molta fortuna, e questo per la sua affinità con il Partito democratico, con l'Udc di Casini, con il movimento di Rutelli. 

Le leggi della politica, diceva Max Weber, non si fondano sui dubbi e sui compromessi, bensì sulle certezze e sulla fedeltà del leader ai valori guida del movimento. Gianfranco Fini, criticando pubblicamente una parte rilevante dei provvedimenti del governo, non solo ha tradito la funzione di terzietà che dovrebbe spettare al presidente della Camera, ma ha finito per smontare i valori guida su cui si regge l'operato del governo. In tal modo, egli si è fatto portatore di  valori   a l t e r n a t i v i  ed  o p p o s t i  a quelli di Berlusconi e della Lega, seguendo una politica che non può essere accettata in alcun modo dai suoi (ex) compagni di coalizione.

E' facile immaginare che nei prossimi mesi i gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, costituiti per iniziativa di Fini, avranno due obiettivi. Annientare il Pdl berlusconiano e fermare la Lega. Una strategia condivisa ovviamente dall'Udc, da  Rutelli, dal Partito democratico e dall'Italia dei Valori: tutti uniti nel fermare ogni ipotesi di cambiamento radicale dell'ordinamento costituzionale.

Ma il presidente della Camera intende fare molto di più. Egli vuole salvare l'Italia così com'è,  "una e indivisibile", opponendosi ad ogni riforma in senso autenticamente federale. Difatti a Mirabello non sono mancati attacchi nei confronti del programma della Lega. "Solo un ignorante di storia e geografia può credere all'esistenza della Padania" ha detto il presidente della Camera, aggiungendo che uno Stato regionale indipendente non potrebbe reggere in alcun modo una crisi economica come quella appena passata. "Se la crisi ha provato duramente un colosso come la Germania, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se ci fosse stata una Padania indipendente" ha detto Fini. Sull'attendibilità di quest'analisi è lecito nutrire qualche dubbio. Seguendo il suo ragionamento, gli Stati piccoli non avrebbero alcuna chance nel mondo globale. Se le cose stessero realmente in questi termini, paesi come la Repubblica Ceca, la Slovenia, l'Austria, il Belgio, l'Olanda o i paesi scandinavi  - tutti con  popolazioni al di sotto dei 20 milioni di abitanti - non dovrebbero esistere. Invece non solo esistono,  ma sono anche ben governati e amministrati come dimostrano le statistiche del World Economic Forum.

Ma, tornando al tema Padania, credo siano opportune alcune precisazioni. Relativamente alle nozioni geografiche, basta aprire il manuale di Geografia economica e sociale di Angelo Mariani, edito da Hoepli or son precisamente cent'anni, nel 1910, per trovare notizie particolarmente "scomode" per quanti negano l'esistenza di una Padania geografica: il concetto geoeconomico di Padania viene infatti preso in esame mettendo in luce i suoi elementi di diversità dall'Appenninia. Non basta. Quasi settant'anni dopo, il geografo Jean Gottmann, in un saggio pubblicato nel 1978 nel volume curato da Calogero Muscarà (Megalopoli mediterranea,  Milano, Franco Angeli 1978) confermò la prospettiva di una megalopoli padana. Insomma, solo i geografi influenzati dai valori dello Stato nazionale italiano hanno negato negli ultimi mesi  l'esistenza geografica della Padania.

Relativamente alla storia, Fini ha ragione nel sostenere che uno Stato esteso a tutto il Nord Italia non è mai esistito. Ma non si può sapere cosa avverrà nei prossimi anni. In fondo, chi avrebbe mai immaginato, nell'Europa della Restaurazione, che gran parte della penisola italiana sarebbe stata unificata in soli due anni da un piccolo Stato regionale come il Piemonte dei Savoia? Eppure fu quel che accadde, principalmente grazie all'opera di un politico spregiudicato come il conte di Cavour. Allo stesso modo, non vedo come si possa escludere che l'Italia torni ad essere nei prossimi anni un'espressione geografica, una penisola articolata in più Stati come la Scandinavia. 

mercoledì 25 agosto 2010

I finiani e la tela di alleanze per neutralizzare la Lega

La conferenza stampa che Silvio Berlusconi ha tenuto venerdì scorso al termine del vertice a palazzo Grazioli voleva essere probabilmente, nelle intenzioni del premier, un atto teso a rassicurare gli elettori del Pdl. I finiani dovevano esser messi con “le spalle al muro”, costretti ad approvare o a respingere in toto il programma votato a larghissima maggioranza dai membri del partito. Ma l’obiettivo del premier è stato raggiunto solo a metà. Berlusconi si prepara a confrontarsi con un Parlamento che vedrà i finiani svolgere un ruolo ambiguo, di certo poco fedele alle sue direttive politiche.
Il terreno del confronto a Montecitorio si annuncia assai insidioso. Futuro e Libertà, il gruppo parlamentare che fa capo al presidente della Camera, ha già fatto sapere che non approverà leggi ad personam o normative – come quella sul processo breve - che rischiano di ostacolare il corretto funzionamento della magistratura. E’ inoltre probabile che i finiani respingeranno il Lodo Alfano costituzionale con cui il premier intende porsi definitivamente al riparo dalle inchieste giudiziarie.
In realtà, il lento logoramento che i finiani vanno operando nei confronti del governo Berlusconi risponde a un obiettivo assai più concreto. Il presidente della Camera ha ragione nel sostenere che l’approvazione di leggi ad personam non è ammissibile in uno Stato di diritto legislativo parlamentare. C’è da chiedersi tuttavia per quale motivo i finiani si siano svegliati proprio ora dopo essersi accucciati per tanti anni ai piedi del trono di Arcore.
Occorre ricercare altrove le ragioni del mutamento di rotta politica compiuto dai finiani. La sorgente della discordia risiede nel ruolo giocato dalla Lega in questa legislatura, ruolo dovuto al clamoroso successo elettorale riscosso dal partito di Bossi nelle ultime elezioni politiche. L’asse tra Tremonti e Bossi, ma soprattutto la posizione decisiva rivestita dalla Lega all’interno della maggioranza viene osteggiata da quanti temono che i leghisti vogliano far saltare per sempre i principi di solidarietà e di coesione nazionale su cui si fonda la Costituzione del ’48. L’emanazione dei primi decreti sul federalismo fiscale vien vista dai conservatori come un primo, inaccettabile colpo di piccone all’edificio dello Stato italiano. Non a caso il finiano Italo Bocchino ha proposto a Berlusconi di formare un nuovo governo che possa contare sull’appoggio del Pdl, di Futuro e Libertà, di Casini, di Rutelli e di tutti i delusi del Partito democratico. Insomma il presidente della Camera, giocando di sponda con l’Udc e con una parte del centro sinistra, intende ridimensionare il ruolo della Lega lavorando per la conservazione del regime esistente, dei principi di solidarietà e di unità nazionale su cui si regge la Costituzione del 1948.
Umberto Bossi ha fatto sapere di non essere disposto ad appoggiare governi sostenuti da chi ha perso le elezioni. Non si vede come dargli torto. Il consenso elettorale della Lega è dovuto precisamente al programma di riforma federale della repubblica italiana. Ma Berlusconi sembra disposto a far entrare nella maggioranza il partito di Casini pur di vedere approvati i disegni di legge che più gli stanno a cuore. Se un tale piano dovesse avverarsi, la Lega vedrebbe considerevolmente ridimensionata la sua influenza sugli equilibri della maggioranza, il che porterà inevitabilmente alla fine della stagione costituente che si era aperta con le elezioni del 2008. Sarebbe anche la fine di ogni ipotesi di riforma costituzionale in senso federale e presidenziale. Per Bossi mai come in questo momento sembra appropriato il motto borrelliano: resistere, resistere, resistere…