domenica 7 novembre 2010

Milano tra megalopoli padana e "megistopoli" europea

Trent’anni fa l’eminente geografo Jean Gottmann sosteneva che nel Nord Italia si era formata una magalopoli simile a quella da lui scoperta nel Nord America, tra l’Atlantico e la catena dei monti Appalachi. Si veda a tal proposito il saggio di Gottmann Verso una megalopoli padana? nel volume curato da Calogero Muscarà e intitolato Megalopoli mediterranea (Milano, Franco Angeli 1978, pp.19-31). Ma quali sarebbero le caratteristiche di una megalopoli? Secondo il geografo francese essa è tale se presenta:

  • 1   un’area densamente urbanizzata ove la maggioranza degli abitanti adotta stili di vita urbani;
  • 2.   una popolazione compresa tra i 20 e i 25 milioni di abitanti;
  • 3.   l’esistenza di larghi spazi non urbanizzati costituiti da campi agricoli, boschi o zone montuose;  
  • 4.    una struttura “polinucleare” o “a nebulosa” tale da renderla un grande mosaico con un certo numero di zone differenti;
  • 5.    un livello di comunicazioni-informazioni altamente sviluppato basato sui mass media
  • 6.     un’alta mobilità degli abitanti


Nel caso del Nord Italia Gottmann sosteneva che la megalopoli padana sembrava rispondere a tali requisiti, non foss’altro perché già allora le aree metropolitane di Milano, Genova, Torino, Venezia e Bologna, i centri urbani di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Parma, Modena e via dicendo confinavano e “dialogavano” con i vasti spazi circostanti occupati da boschi, campi e rilievi montuosi. D’altra parte, se ci pensiamo bene, il Nord Italia è contraddistinto ancora oggi da un’area fittamente urbanizzata ove gli spazi agricoli o, per dir così, selvaggi (rilievi montuosi) convivono con quelli cittadini. I paesi di montagna sono addirittura frequentati nei mesi estivi da un turismo urbano che li concepisce come “seconda patria”, oasi felice ove i cittadini amano trascorrere serenamente le vacanze estive dimenticando per alcune settimane i frenetici ritmi urbani. Oggi il Nord Italia conta 27 milioni di abitanti, gran parte dei quali lavora spostandosi dai comuni della collina, dell’alta e della “bassa” pianura verso le città metropolitane ove sono concentrate aziende attive nel terziario o quaternario (terziario dei massmedia). Siamo quindi dinanzi a un alto tasso di mobilità, in linea con quanto notava il geografo francese.

Gottmann sosteneva addirittura che l’asse Genova-Venezia renderebbe la pianura padana una megalopoli “trans-istmica” perché tale fascia di territorio ha consentito in passato - e consente tuttora - di gestire importanti rapporti commerciali tra due grandi aree: il sud est mediterranaeo e il nord ovest dell’Europa. Basti ricordare a tal proposito il ruolo fondamentale rivestito dai mercanti genovesi, veneziani e pisani in campo finanziario e nei traffici delle spezie orientali. D'altra parte le città di Milano, Genova, Venezia e Firenze potevano contare già nel basso Medioevo su un mercato internazionale che oltrepassava largamente le fiere che si tenevano ordinariamente nelle vicine regioni. 

Ma il geografo francese andava oltre. A suo parere, l’Italia settentrionale potrebbe essere considerata il bastione meridionale di una “megistopoli” europea, intendendo con questo termine l’area comprendente la parte meridionale della Gran Bretagna con Londra, Parigi e l’Ile de France, la Francia centro e sud orientale, la Germania occidentale, l’Italia del Centro Nord. Una vastissima regione europea caratterizzata da una ricchezza piuttosto elevata. E’ significativo che tale "megistopoli" sia tuttora costituita in larghissima parte da regioni i cui abitanti hanno il più alto reddito pro capite dell’Unione Europea.

Ho riportato per sommi capi le analisi originali di Gottmann perché ad esse è corso il pensiero mentre leggevo, alcuni giorni fa, un vecchio scritto di Carlo Cattaneo. Nel 1860, un anno prima che venisse proclamato il regno d’Italia sabaudo, il grande intellettuale e patriota lombardo scriveva che Milano non solo costituiva il centro dell’Alta Italia, ma si trovava all’interno di un asse che era stato per secoli il cuore dell’economia europea. Egli descriveva “l’antico e moderno incivilimento” partendo da una riflessione sulla posizione geo-economica di Milano:
 
"Il fatto geografico fondamentale consiste in ciò: che Milano è sul grande asse trasversale dell'Alta Italia; e nel tempo stesso è sul grande asse commune della penisola italiana, dei due mari e delle isole; il quale si continua e si ripete nella gran valle del Reno, lungo la linea di contatto d'altre due grandi nazioni; e di là si connette pei Paesi Bassi alle Isole Britanniche, come dall'opposta estremità si prolunga verso la Grecia, l'Asia Minore, la Siria, l'Egitto. Può dirsi questa la via maestra dell'antico e moderno commercio, dell'antico e moderno incivilimento.

Roma è il centro di posizione e di gravità di tutto il sistema italiano; ma se si considera solo l'Alta Italia e quella popolazione di quattordici o quindici milioni che stanzia tra Roma e le Alpi, si vede che circa un terzo di essa vive a levante di Milano, un terzo a ponente, un terzo a mezzodì. La Svizzera, nella direzione del suo centro e di Basilea, compie la crociera". CARLO CATTANEO, La ferrovia di Como in "Il Politecnico", VIII, fasc.XLIII, 1860, pp.34-43.

In effetti, consultando le fonti dell'epoca, i dati sembrano in gran parte coincidere con quanto scriveva Cattaneo. Consultando la Statistica del Regno d'Italia, (Censimento generale 31 dicembre 1861, Firenze 1865) si ricava che nei territori a sud di Milano (gli ex ducati di Parma e Piacenza, Modena e Reggio, la Romagna pontificia, l’ex granducato di Toscana e le Marche papali) vivevano  4 milioni e 900 mila abitanti, la Lombardia contava 3 milioni e centomila abitanti che, sommati al Veneto e a Mantova (ancora austriaci nel 1861), toccavano anch'essi i cinque milioni di persone; il Piemonte e la Liguria contavano 3 milioni e 600 mila abitanti, ma occorre aggiungere nel calcolo i territori di Nizza e Savoia, ceduti alla Francia nello stesso anno in cui Cattaneo scriveva il suo articolo: anche qui, la popolazione si attestava presumibilmente sui 4 milioni e mezzo di abitanti, assai vicino ai 5 milioni. 

Oggi l’Alta Italia conta una popolazione decisamente superiore rispetto ai quindici milioni di abitanti cui faceva riferimento Cattaneo. Ci si potrebbe domandare se, confermata l'esistenza di questa ricca megalopoli europea, in un prossimo futuro non possano determinarsi le condizioni per una sua indipendenza politica all'interno dell'Unione Europea. 

mercoledì 27 ottobre 2010

Football della libertà

L'onorevole Capezzone si è beccato un pugno in faccia mentre camminava in una via del centro romano. Un consiglio disinteressato al politico berlusconiano: signor Capezzone, la prossima volta che sceglie di passeggiare all'aria aperta sarebbe bene che indossasse l'armatura dei giocatori di football, compreso l'ottimo casco Adams A2000 Pro Elite fornito di imbottiture interne morbide e resistenti agli impatti.

martedì 28 settembre 2010

L'indole dei Milanesi secondo Carlo Cattaneo

Carlo Cattaneo fu autore di un'interessante guida di Milano rimasta purtroppo incompiuta. Mentre leggevo la sua opera, scritta nella prima metà dell'Ottocento, mi son imbattuto in una descrizione dei milanesi che sembra esser fatta da un contemporaneo. Un ritratto straordinariamente moderno se consideriamo che venne scritto nella prima metà dell'Ottocento, nella piccola Milano austriaca popolata da soli 125.000 abitanti: 

"In confronto alle altre città d'Italia, Milano ha minor numero di cruscanti, di puristi, di periodisti, di parolaj d'ogni razza e d'ogni partito. Qui le persone studiose si ingegnano di essere contemporanei del loro secolo e non s'affannano di ritardare, per quanto è lor possibile, i progressi dell'intellettuale perfezionamento ne' loro concittadini distraendoli dallo studio delle cose a quello di una insetata verbosità". Appunti per una guida di Milano: un manoscritto inedito di Carlo Cattaneo in «Il Risorgimento», anno XLI (ottobre 1989), fasc. n.3, pp.226-227. 

sabato 25 settembre 2010

Date milanesi

25 settembre 1622. Dopo quattordici anni di reclusione nelle tetre case delle Convertite di Santa Valeria (anticamente situate nella via omonima, non molto distanti dal luogo ove oggi si trova l'Università Cattolica), la suora Virginia de Leyva veniva liberata dalla prigionia grazie all'intervento dell'arcivescovo di Milano Federico Borromeo. Si trattava della monaca di Monza, che il Manzoni rese celebre nei capitoli IX e X dei Promessi Sposi. 


La casa delle Convertite di Santa Valeria venne istituita nel 1532 da alcuni cittadini milanesi, nobili e mercanti. La finalità dell'istituto era di aiutare le prostitute che avessero desiderato cambiar vita per intraprendere un percorso di spiritualità e di purificazione. 

L'anno 1532, facendo riflesso alcuni Cittadini Milanesi parte Nobili e parte Mercanti con zelo del servizio di Dio che nella città scandalosamente vivevano in pubblico peccato molte Donne, risolsero di procurarne a tutto loro potere l'emendazione, e rudurre a stato di penitenza quelle, alle quali si fosse potuto fare conoscere il loro peccato. Per l'effetto suddetto comprarono que' buoni Cittadini una Casa situata in porta Vercellina sotto la Cura di Santa Valeria, ed in essa cominciarono ad introdurvi tali Donne peccatrici, quali si mantenevano a spese degli Autori di tale conversione.  (S. LATUADA, Descrizione di Milano, Milano 1734, ristampa a cura delle Edizioni La Vita Felice, Milano 1997, tomo IV, pag.213).  

Nel 1561 il Senato, il prestigioso organo giuridico amministrativo che assieme al governatore reggeva la politica dello Stato di Milano, stabilì che le convertite fuggite o sorprese nel tentativo di lasciare le celle non solo fossero bandite da Milano, ma dovessero subire la tortura del marchio infuocato sulla fronte "in segno della disonestà loro".

Insomma, una specie di San Patrignano per le prostitute, retta però da un regolamento lievemente più severo....



martedì 21 settembre 2010

Con il federalismo Roma non sarà l'unica capitale d'Italia

Ieri il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha commemorato il centoquarantesimo anniversario della breccia di Porta Pia. Roma, conquistata dalle truppe italiane il 20 settembre 1870, cessava di essere la sede del potere temporale del Papa e diveniva la nuova capitale del regno d'Italia sabaudo.

Le conseguenze di tale avvenimento furono notevoli e bene ha fatto il Capo dello Stato a ricordarne l'importanza storica. La capitale del regno italiano, che fino a quel momento era stata Firenze, veniva fissata in una città i cui abitanti avevano accolto con scarso entusiasmo i nuovi arrivati, ritenuti quasi responsabili di aver  interrotto la pace secolare del paterno governo pontificio. Ora il nuovo status della città pareva aver esaltato i romani, inducendoli a rivolgere al governo una serie di richieste che potessero degnamente salvaguardare i loro interessi. Ne scriveva amareggiato un uomo politico che aveva voluto ardentemente l'annessione di Roma, Bettino Ricasoli: "i Romani, invece di ringraziare Iddio che senza virtù loro, sono esciti (sic!) da una situazione intollerabile per un popolo che senta un poco di sé, son in piazza di continuo disposti ad agitarsi e ad agitare, e ad imporsi, ultimi aggiunti, alla grande famiglia, con le loro impazienze, con le loro bambocciate. V'è dunque in questa Roma una fatalità che deve rendersi maledetta per l'Italia?" (Ricasoli a Luigi Torelli, 20 novembre 1870). Poche ore prima il generale piemontese Alfonso La Marmora aveva scritto stizzito al primo ministro Giovanni Lanza: "Se i romani anziché esser liberati dagli Italiani, avesser loro fatta l'Italia, non avevano ancor il diritto di elevare tante pretese, e imporsi orgogliosamente alle rimanenti Provincie. A furia di gridare che senza Roma capitale l'Italia non poteva sussistere, questi Signori l'hanno preso sul serio. Ma non mi stupirebbe che tali smodate pretese provocassero una reazione contro Roma" (La Marmora a Lanza, 19 novembre 1870).

Centoquarant'anni dopo la breccia di Porta Pia, le lettere di La Marmora e Ricasoli rivelano una straordinaria attualità. Il governo Berlusconi ha approvato da pochi giorni un decreto legislativo ove sono accresciuti i poteri del Sindaco di Roma in un quadro di speciali autonomie riconosciute alla capitale. Insomma, i discendenti dei romani ex papalini paiono aver degnamente corrisposto ai desideri dei loro avi. Ma il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, dopo aver votato in consiglio dei ministri a favore di quel decreto, ha sostenuto la necessità di istituire un'altra capitale nel Nord Italia. Il Capo dello Stato, nel discorso tenuto ieri, ha respinto in via categorica la legittimità di tale ipotesi, sostenendo che Roma continuerà ad essere la sola capitale dello Stato unitario nazionale. Le parole di Napolitano, com'è facile immaginare, hanno finito per deludere quanti si augurano una riforma quasi integrale della Costituzione in chiave confederale.

Ma il presidente della repubblica ha fatto molto di più. Egli ha svelato la sua natura di convinto unitarista e antifederalista, non foss'altro perché, in un ordinamento informato al principio del pluralismo politico territoriale, esiste certamente una capitale sede del potere centrale, ma in essa hanno sede solo una parte dei dicasteri pubblici, essendo gli altri ministeri dislocati nelle città che continuano ad essere capitali di Stati regionali.

Finché non modificheremo l'articolo quinto della Costituzione, la nostra repubblica resterà uno Stato unitario, non federale. L'articolo quinto riconosce infatti l'esistenza di una sola Italia indivisibile, fondata sul decentramento amministrativo e su una vigilata autonomia degli enti locali. Ma un vero ordinamento federale è  informato a princìpi diversi:  le comunità territoriali membri della confederazione, lungi dal rinunciare alla loro sovranità, ne delegano una parte soltanto al potere federale, il quale, per questo motivo, non può  presentare in alcun modo i caratteri di unitarietà e indivisibilità tipici dello Stato moderno.

La proposta di Bossi mi sembra quindi sensata in un quadro di riforma costituzionale in senso autenticamente federale. Plausibile d'altra parte sarà anche ogni proposta che i politici centro meridionali volessero avanzare in Parlamento o in Consiglio dei Ministri per restituire a Napoli, a Firenze, o a Palermo il loro antico status di capitali.

lunedì 13 settembre 2010

La boutade di Bossi e i ministeri da riportare nelle ex capitali italiane

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha detto no ad Umberto Bossi che ieri, al tradizionale raduno di Venezia, proponeva di decentrare alcuni ministeri nelle città italiane, in particolar modo nei maggiori centri della Padania. Tale ipotesi,, ha affermato Alemanno, sarebbe irrealizzabile perché, oltre ad avere costi altissimi, nuocerebbe gravemente alla funzionalità del governo. Sono seguite le dichiarazioni dei ministri Renato Brunetta, Maurizio Sacconi e Giancarlo Galan, i quali hanno tranquillizzato il sindaco di Roma affermando che in consiglio dei ministri non è stato presentato alcun disegno di legge che vada in quella direzione.

La proposta di Bossi sembrerebbe avere il sapore della boutade lanciata dal leader per galvanizzare i suoi seguaci. Eppure, a ben vedere, l'idea è assai meno peregrina di quanto si potrebbe immaginare.
Alemanno ha ragione nell'indicare i problemi economici legati al trasferimento del personale o all'acquisto di vasti edifici nelle città ove verrebbero fissate le sedi centrali dei dicasteri. Tuttavia, in una riforma dell'ordinamento repubblicano che vuole essere autenticamente federale mi sembra naturale mettere in conto, tra i vari provvedimenti, il decentramento di una parte dei ministeri che oggi hanno sede a Roma. Non credo siano spese inutili e, se fatte in modo sensato, contribuirebbero certamente ad avvicinare i cittadini alle istituzioni.

I tedeschi, quando fondarono la repubblica federale nel 1949, lungi dal concentrare nella capitale tutti i dicasteri, decisero fin dall'inizio di realizzare il decentramento dei ministeri rompendo definitivamente con la vecchia organizzazione accentrata di stile prussiano e in parte weimariano.

Uno studio pubblicato sedici anni fa dalla Fondazione Agnelli, Capitale reticolare e riforma dello Stato («XXI Secolo», anno VI, numero 1/9, gennaio 1994),  ha dimostrato come in Germania la soluzione di decentrare gli uffici federali nelle città tedesche si sia rivelata vincente e abbia consentito nel tempo il buongoverno del paese.

Certo, la riunificazione ha indotto i tedeschi  a trasferire a Berlino la sede centrale di molti ministeri. Questo tuttavia non ha impedito che molti uffici e dipartimenti pubblici restassero nelle altre città germaniche. Oggi, delle quattordici sedi centrali di ministeri federali, otto hanno sede a Berlino, sei nell'antica capitale della repubblica federale, la cittadina di Bonn. I supremi tribunali federali come la Corte Costituzionale e la Corte Suprema Federale hanno sede a Karlsruhe (Land Baden Wurtemberg); gli uffici centrali della Bundesbank, com'è fin troppo noto, sono a Francoforte (Land Assia).

Se vogliamo fare dell'Italia una repubblica federale, faremmo bene a prendere seriamente in considerazione la proposta della Lega. D'altra parte la storia italiana è caratterizzata dalla presenza secolare di città che furono antiche capitali di stati regionali, sedi di burocrazie fin dalla costituzione dei primi poteri pubblici territoriali.

In assenza di un disegno di legge, concludo lanciando un'ipotesi di spostamento di alcune istituzioni, ministeri e supremi tribunali dello stato in città italiane ex capitali:

Ministero dell'Università a Bologna
Ministero dell'Economia a Milano
Banca d'Italia a Milano
Ministero delle Infrastrutture e Trasporti a Milano
Consiglio di Stato a Genova
Corte Costituzionale a Venezia
Ministero della Difesa a Torino
Ministero dei Beni Culturali a Firenze
Ministero degli Affari Esteri a Roma
Direzioni generali del Ministero dell'Interno a Roma e a Modena
Ministero della Giustizia a Napoli
Direzioni generali del Ministero dell'Ambiente, Tutela del territorio e del Mare a Palermo e a Parma.

giovedì 9 settembre 2010

Date milanesi

9 settembre 1861. Il sindaco di Milano Antonio Beretta rese noto il trasferimento della giunta e degli uffici comunali nel palazzo Marino. Allo Stato italiano, costituito da pochi mesi, venivano ceduti i locali dell'antica sede del municipio, il "Broletto novissimo" sito nella via omonima.

Costruito dal finanziere genovese Tommaso Marino, che aveva accumulato ingenti ricchezze mediante la gestione dell'appalto del sale per lo Stato di Milano, il palazzo si segnala per la veste architettonica fastosa e imponente. I lavori iniziarono nel  1558, diretti dall'architetto Galeazzo Alessi. L'andamento delle operazioni fu assai lungo e si rivelò ben presto oneroso per le tasche del ricco genovese, il quale fu costretto a chiedere aiuti e sovvenzioni alla Regia Camera. Ciononostante, due anni dopo il Marino continuò a dare disposizioni perché "gagliardamente si fabbrichi nel suo palatio, il quale, finito, sarà il più bello che si trovi in cristianità e costaragli un pozzo d'oro" (sic!). 

Sul palazzo circolava tra i milanesi una lugubre profezia legata alle spregiudicate e criminose operazioni della famiglia Marino: 

Congeries lapidum, multis congesta ruinis, 
Aut ruet aut uret aut alter captor rapiet

(Ammasso di pietre, messo insieme con molte sciagure, 
o crollerà, o brucerà oppure un altro prepotente conquisterà).

E' lecito chiedersi se gli inquilini di palazzo Marino siano a conoscenza di questa innocua profezia meneghina.