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giovedì 11 dicembre 2014

Macroregioni e Regioni: pilastri del buongoverno in una riforma federale

Una settimana fa il ministro dell’ambiente, Gianluca Galletti, ha proposto di ridurre il numero delle regioni portandole a 11. Tale riforma viene caldeggiata da una parte dei democratici per ora apparentemente minoritaria. Difatti, oltre a Galletti, non sono molti ad essersi schierati a sostegno di questa proposta. L’unico ad avergli fatto eco è stato il neogovernatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. A far discutere è stata in particolare l’idea di accorpare la Regione Emilia Romagna con la Toscana dando vita ad un’unica macroregione tosco emiliana. Un’idea certamente originale, che può avere una sua giustificazione nella storia peculiare di quei territori e nello stile di vita degli abitanti.
Galletti e Bonaccini
Il ministro dell'ambiente Galletti e il governatore dell'Emilia Romagna Bonaccini (da Il Resto del Carlino)
Per il resto l’accorpamento interesserebbe almeno 15 delle 20 regioni esistenti. Resterebbero invariate, oltre alle isole, Lombardia, Puglia e Campania. Troveremmo invece quali “macroregioni”, oltre ad Emilia Romagna-Toscana, Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta; Friuli Venezia Giulia-Veneto-Trentino Alto Adige; Umbria-Lazio; Marche-Abruzzo-Molise; Basilicata-Calabria.
La fusione delle Regioni rivela una concezione sostanzialmente estranea alle ragioni dell’autonomia: si propone di modificare dall’alto, con provvedimenti decisi a tavolino, l’assetto di enti territoriali la cui nascita è in molti casi antecedente all’attuale ordinamento repubblicano. Penso ad esempio al Trentino Alto Adige-Sud Tirol o alla Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste. Cambiamenti nella fisionomia di questi territori non possono essere decisi in via unilaterale dal Parlamento perché le autonomie speciali vennero riconosciute alla fine della guerra con veri e propri trattati di diritto internazionale.
La proposta di costituire le macroregioni accorpando le regioni esistenti non è nuova. La Fondazione Agnelli elaborò nel 1993 un progetto analogo che proponeva 12 regioni. L’unico ad avere introdotto il tema delle macroregioni coniugando l’esigenza della funzionalità amministrativa con le ragioni dell’autonomia e dell’autogoverno è stato però Gianfranco Miglio. Nel suo modello, presentato per la prima volta nel 1994, la riforma degli enti locali si accompagnava a una riscrittura completa della Costituzione in senso federale. Oltre all’abolizione delle province, era proposta la conservazione delle Regioni esistenti che, per un migliore governo del territorio, avrebbero formato tre o quattro macroregioni disegnate secondo criteri afferenti alla geografia economica: una macroregione individuata nella Valle padana (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna); una nel Centro Italia (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) e una nel Sud Italia (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Campania, Basilicata). Le 5 Regioni a Statuto speciale sarebbero state salvaguardate. Se vuoi saperne di più, ho trattato questo tema nell’articolo Le tre Repubbliche di Miglio.
Macroregione alpina
Il progetto migliano rivela in larga parte la sua attualità. Un’area rilevante della macroregione padana è stata riconosciuta dall’Unione Europea come parte integrante di una macroregione alpina estesa su un territorio di 450 mila chilometri quadrati comprendente 46 Regioni appartenenti a sette Stati diversi (Francia, Italia, Svizzera, Austria, Slovenia, Germania, Liechtenstein). Le Regioni italiane coinvolte nella macroregione alpina (EUSALP) sono cinque: Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia. A queste si aggiungono le Province autonome di Trento e Bolzano. In base all’accordo di Grenoble, firmato il 18 ottobre 2013, la macroregione alpina sarà oggetto di specifiche politiche europee: le Regioni potranno individuare e finanziare interventi comuni nelle materie dell’ambiente, delle infrastrutture, nonché delle politiche economiche e sociali. La costituzione della macroregione alpina si pone sullo stesso piano di analoghe esperienze portate avanti dall’Unione europea verso territori contraddistinti da lineamenti culturali e geofisici abbastanza precisi: è il caso della macroregione danubiana o della macroregione del Baltico.
Italia 4 Macroregioni copia
L'Italia formata da 9 enti territoriali: 4 Macroregioni e 5 Regioni a Statuto Speciale
Una macroregione padano alpina (costituita dall’unione di Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto) potrebbe essere integrata in un progetto di riforma federale teso non solo a conservare le Regioni a Statuto Speciale ma anche ad individuare le macroregioni sulla base dell’autonomia finanziaria, delle dinamiche geo-economiche, dei caratteri geofisici e soprattutto dei peculiari lineamenti storico culturali risalenti al periodo preunitario.
La macroregione tosco emiliana proposta da Galletti e Bonaccini potrebbe essere una scelta felice a patto che sia integrata in una più ampia riforma federale che preveda, oltre alla macroregione padano alpina, una macroregione del Centro Italia (composta da Marche, Umbria e Lazio e coincidente in via tendenziale con la parte di territorio rimasta più a lungo nello Stato pontificio) e una macroregione del Sud Italia (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria) ricalcata sulla parte continentale dell’antico Regno delle due Sicilie.
Le Regioni non dovrebbero scomparire. Ad esse spetterebbe l’amministrazione del territorio nelle materie di competenza macroregionale; inoltre i Presidenti delle Regioni, in quanto membri del Direttorio della macroregione, parteciperebbero direttamente a un esecutivo presieduto dal governatore della macroregione eletto direttamente dai cittadini.
Seguendo il modello di Costituzione di Miglio, si potrebbe estendere la forma direttoriale al governo federale che, presieduto da un Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini italiani, sarebbe composto dai Governatori delle quattro macroregioni (padano alpina, tosco-emiliana, Centro Italia, Sud Italia) e da un Presidente a turno annuale di Regione a Statuto Speciale.

domenica 4 novembre 2012

Il dovere di non disperdere una civiltà

"Noi diciamo di esser civili, e ci offende chi dicesse che non lo siamo. Vediamo di capire un po' meglio che cosa vuol dire civiltà, che cosa vuol dire esser civili.
Anzitutto, non vuol dire forse che partiamo tutti da una certa educazione? E da cosa siamo stati educati? Siamo stati educati da chi ci ha preceduto: da chi ha innalzato le case, coltivato i campi, varato le navi, pensato e scritto ed inventato tutto quello che si chiama civiltà moderna. Di tutto questo siamo stati chiamati a godere, nel momento stesso in cui nascevamo.

Ma di tutto questo non si gode senza rischi. Chi sta in piedi su di un grande passato, chi  h a  q u a l c o s a, ha più doveri di chi nasce senza nulla. Ma nessuno nasce senza nulla, in un paese civile: perché in una società civile c'è un dovere di assistenza che s'estende a tutti, e dev'esserci un minimo di educazione per tutti.
La civiltà è dunque come un grande patrimonio collettivo, che non ci fa ricchi di sostanze, ma ci deve far ricchi almeno di  c a p a c i t à, e ci impone dei doveri. La civiltà è madre di libertà".

ETTORE PASSERIN D'ENTREVES, Come nascono le libertà democratiche, Rai, Radio Televisione Italiana, Torino, ILTE 1956, pag.5.

Queste parole, pronunciate dallo storico Ettore Passerin d'Entrèves nel corso delle trasmissioni Rai tenute negli anni Cinquanta del secolo scorso, sono valide ancor oggi, a più di cinquant'anni di distanza. Sono valide ancor più oggi, in una congiuntura che sembra mettere a dura prova non solo l'economia del nostro Paese, ma il Paese nel suo complesso. Costituiscono una riflessione sul concetto di civiltà ma, a ben vedere, esse sono un ammonimento a non disperdere, a non dilapidare i valori di libertà e democrazia, quel prezioso bagaglio di conquiste nei più svariati campi del sapere che quanti ci hanno preceduto hanno lasciato in eredità alla nostra generazione e a quelle che seguiranno.

E' un dovere che incombe su noi italiani nel nostro piccolo ma ancor più sulla classe dirigente e sulla classe politica che ci governerà nei prossimi anni. Ma tale dovere incomberà in maggior misura su quanti saranno chiamati a decidere le sorti dell'Europa. Le elezioni che si terranno in Germania nel settembre del prossimo anno saranno decisive a tal proposito. In gioco non è soltanto la civiltà italiana, ma la civiltà europea con quel complesso di valori, di istituzioni, di stili di vita, di mentalità che l'hanno resa grande nel corso dei secoli prima che i nazionalismi ne minassero le fondamenta.

venerdì 27 aprile 2012

Angela Von Merkelnich e il rischio di un nuovo '48 europeo

Pochi giorni fa il cancelliere Angela Merkel ha sostenuto, in polemica con il candidato all'Eliseo Holland, che il patto fiscale Ue 25 non e' negoziabile.

La Germania sembra terribilmente l'Impero austriaco uscito dal Congresso di Vienna del 1814-1815. Nella prima meta' dell'Ottocento gli austriaci ostacolarono qualsiasi cambiamento della situazione geopolitica europea e ci volle la rivoluzione parigina del 1830, l'indipendenza del Belgio, il '48 scoppiato in tutta Europa per mostrare i limiti di una politica conservatrice.

Oggi i panni dell'Impero austriaco sembrano essere assunti dai tedeschi
che paiono recitare molto bene la parte dei gendarmi di un'Europa burocratica e divisa; essi mostrano con i fatti di ostacolare l'unione politica europea: si veda a tal proposito la ferma, ostinata, inflessibile opposizione della Germania all'emissione degli Euro-Bond per far fronte alla crisi dei debiti sovrani.

Insomma, vorremmo sbagliarci ma sembra che per il cancelliere Angela Von Merkelnich l'Europa debba restare un'espressione geografica, un continente la cui economia sia dipendente e subordinata agli interessi geo-politici della Germania.

Urge una vera riforma federale non solo in Italia, ma ancor più in Europa. Altrimenti, tanto vale che ciascun Paese torni alla sua moneta.

O l'Europa si costruisce su basi autenticamente federali con la partecipazione delle popolazioni alle decisioni politiche oppure l'Europa si sfaldera' in modo piu' o meno pacifico.

martedì 31 agosto 2010

Lo show di Gheddafi a Disneyland Italia

E' facile immaginare che il soggiorno a Roma di Muammar Gheddafi finirà per rafforzare ancor più i rapporti economici tra Italia e Libia. Grazie alla stretta amicizia tra il premier Berlusconi e il colonnello libico gli investimenti italiani nel paese africano non potranno che beneficiarne in misura notevole.

Ma le dichiarazioni che Gheddafi ha rilasciato nel corso della sua visita romana hanno provocato serio imbarazzo nell'opinione pubblica italiana e non sembrano agevolare i rapporti diplomatici. Ieri il raìs, intervenendo all'Accademia libica circondato da una folla di ragazze italiane appositamente reclutate dall'agenzia Hostessweb, non solo ha invitato le avvenenti fanciulle a convertirsi all'Islam, ma ha sostenuto che la religione di Maometto dovrebbe "diventare la religione di tutta l'Europa". In un continente la cui civiltà è radicata fortemente nel cristianesimo, in un paese come l'Italia giardino del cattolicesimo romano, in una Roma antica capitale del potere pubblico pontificio e tuttora sede dello Stato Vaticano, tali dichiarazioni rivelano il tentativo maldestro di irridere la civiltà europea e ancor più la religione cattolica su cui si fonda in larga parte l'identità italiana. Le dichiarazioni rilasciate oggi dal colonnello libico non contribuiscono a gettare acqua sul fuoco. Esse sembrano mostrare addirittura un certo atteggiamento sprezzante nei confronti dell'Occidente. Gheddafi ha chiesto all'Unione europea cinque miliardi di euro in cambio della sua opera di contrasto all'immigrazione clandestina. In caso contrario, ha detto senza mezzi termini il raìs "l'Europa potrebbe diventare Africa, potrebbe diventare nera".

Qualunque uomo di Stato in visita in un paese straniero si guarderebbe dal rilasciare simili dichiarazioni. Il guaio è che il soggiorno italiano di Gheddafi, lungi dal presentare i caratteri di un viaggio diplomatico, assomiglia terribilmente alla gita spensierata di un turista spaccone in un paese dove tutto gli è concesso. Berlusconi ha grandi responsabilità nell'aver consentito che i rapporti tra Italia e Libia venissero portati fino a questo punto. La tutela dei nostri interessi economici è certamente importante, ma non può venire anteposta al dovere di rappresentare uno Stato europeo come l'Italia.