giovedì 26 giugno 2014

Porta Romana e le slittate del peccato sul Monte Tabor

A chi capiti oggi di attraversare piazza delle Medaglie d’Oro non può sfuggire la porta maestosa che segnava anticamente il confine della città di Milano con la campagna in direzione sud-sud est. A onor del vero un certo paesaggio agreste era presente anche all’interno dei bastioni spagnoli, la cinta muraria costruita a partire dal 1545 dal governatore di Milano Ferrante Gonzaga. Difatti la metropoli ambrosiana era articolata un tempo in almeno due zone: la prima, compresa all’interno della cerchia del naviglio e della cinta muraria di epoca medievale, era caratterizzata da una fitta concentrazione di case divise tra loro da vicoli stretti e tortuosi. Al di là del naviglio era invece la seconda zona, contraddistinta dai borghi che traevano la loro denominazione dalle rispettive porte medievali da cui si dipartivano i principali assi viari. Esistevano quindi sei borghi: borgo di Porta Romana, borgo di Porta Ticinese, borgo di Porta Vercellina…e così via. In queste zone le abitazioni - più diradate, disposte per lo più lungo i corsi principali -  costituivano un tratto secondario, essendo nettamente predominante un paesaggio agricolo che si estendeva fino ai bastioni.

L’arco monumentale di Porta Romana venne innalzato nel 1598 su disegno dell’architetto Aurelio Trezzi per festeggiare le nozze tra la principessa Margherita d’Austria e il re di Spagna Filippo III Asburgo. Difatti sul momumento è incisa la figura di una perla rappresentata all’interno della conchiglia madre: incisa nella facciata dell’arco rivolta un tempo verso la campagna (oggi verso Corso Lodi), la perla denotava il significato celebrativo del monumento. Difatti “margarita” presso gli antichi romani significava “perla”, il che consentiva ai dotti milanesi, ai turisti e ai viandanti di tornare con il pensiero alla regina asburgica passata per Milano alla fine del Cinquecento. Varrà la pena ricordare che il matrimonio tra Margherita e Filippo fu particolarmente gradito agli esponenti della patriziato e della nobiltà milanese, che dedicarono alla giovane sposa il primo teatro stabile di corte nel palazzo ducale: si trattava del salone “Margherita” che andò distrutto nel 1708 a causa di un incendio.

Sul lato sinistro della porta, all’incirca nel punto ove oggi si trova il centro ricreativo “TermeMilano”, era un tempo un’altura artificiale eretta nel corso del XVIII secolo con sassi e terriccio tolti dai bastioni ormai caduti in disuso. I milanesi la chiamavano arditamente “Monte Tabor”, in riferimento al monte della trasfigurazione di Gesù Cristo. Su quest’altura, che si trovava pressappoco allo stesso livello dei bastioni, venne aperta un’osteria assai amata dai milanesi. Il Porta nella poesia On Funeral (El Miserere) non mancò di ricordarla nei discorsi tenuti da due sacerdoti amanti delle osterie, che fecero rimare la locanda del Monte Tabor con il termine latineggiante “dealbabor”. Scriveva il Porta:

“In seguet fan el nomm
A paricc ostarij
In dove gh’è vin bon, ost galantomm,
e mejor compagnij.
Vun loda l’ostaria de la Nos,
l’olter el Monte – Tabor,
e poeù tracc a dò vos
Domine…asperges me…
Hyssopo,…et super nivem dealbabor”.

Traduzione in lingua italiana:


“In seguito fanno il nome
Di parecchie osterie
Dove c’è vino buono, oste galantuomo,
e migliori compagnie.
Uno loda l’osteria della Noce,
l’altro il Monte Tabor,
e poi tracch a due voci:
Signore…mi aspergerai
Con hyssopo [pianta aromatica usata nelle cerimonie sacre di purificazione]
… e sarò candido come neve”.
[Carlo Porta, Poesie, a cura di Dante Isella, Milano, Mondadori 1989, pag.481]

Nel primo Ottocento erano molti i milanesi che amavano recarsi all’osteria del Monte Tabor. Si saliva in cima a quella curiosa altura, il cui terreno digradava in una ripida discesa verso la porta monumentale. Il Rovani, nel romanzo Cento anni, ricordava il curioso passatempo cui erano soliti dedicarsi gli abitanti più arditi del quartiere. Difatti la discesa del Monte Tabor serviva magnificamente al gioco delle slitte “alla russa”, un evento che attirò ben presto l’attenzione di molti milanesi i quali finirono per recarsi in Porta Romana al solo fine di assistere o prender parte a questi divertimenti. Alle classiche passeggiate in via Marina o sui ridenti bastioni di Porta Orientale (oggi bastioni di Porta Venezia) i cittadini preferirono ben presto recarsi in Porta Romana…sul Monte Tabor.

Scriveva il Rovani nel suo romanzo, al capitolo XVII del libro XIX:

Una quarantina d’anni sono, il corso festivo del popolo milanese, disertato dall’antica via Marina, e poscia dai giardini e dal bastione di Porta Orientale [Porta Venezia], erasi ridotto a porta Romana. Pare che questa deviazione, che infranse per cinque o sei anni la secolare consuetudine, sia stata occasionata da un tale che, avendo viaggiato in Russia, introdusse nell’osteria del Monte Tabor, posta ai fianchi della porta Romana, il divertimento della slitta. Costui, traendo profitto degli accidenti della giacitura di quella parte di bastione che si venne col tempo addossando ed innalzando sulle vetuste mura di Milano, vi praticò una discesa precipitosa di centocinquanta passi, pavimentata in legno liscio con solchi paralleli, in cui scorrevano due ruotelle in ferro portanti una seggiola per una sola persona, od anche per due, quando l’una avesse caro di sedere in grembo all’altra.

Questo divertimento, per quanto fosse puerile, come dicevano gli uomini gravi e non più giovani d’allora, fu potente a far cambiar direzione a centomila gambe. Fosse la novità della cosa; fosse che (siccome si usa nelle feste da ballo che il cavaliere si piglia seco la dama o la damigella, e anche senza conoscerla, dalla usanza tiene la sanatoria di danzare con essa e di abbracciarla a suon di musica) fosse dunque che i giovinotti e i cacciatori d’amore avessero il permesso di tirarsi in grembo le signore più o meno custodite, e che alle fanciulle e alle signore non dispiacesse niente affatto di sedere a quel modo, il fatto sta che l’insolito gioco ebbe un successo di entusiasmo e di delirio. Nelle giornate di giugno il concorso cominciava all’alba e finiva a mezzanotte; cosa che del resto si comprende facilmente quando si sappia che con soli cinquanta centesimi si pagava l’ingresso e tre slitte.
[Giuseppe Rovani, Cento Anni, a cura di Beniamino Gutierrez, Milano, Rizzoli 1935, vol.II, pp.547-548]

Il racconto del Rovani non era per nulla romanzato. Il canonico Luigi Mantovani, il 18 giugno 1818, ricordava nel suo diario la folla di milanesi che si recava sul posto per assistere al gioco delle slitte “alla russa” cui era possibile assistere presso l’osteria del Monte Tabor sul bastione attaccato a Porta Romana. Il sacerdote ricordava che questo passatempo attirava un tale numero di partecipanti da risultare ai suoi occhi addirittura scandoloso. Assai accorto fu il gestore di questa iniziativa, che era probabilmente il padrone dell’osteria. Questi seppe sfruttarla abilmente a fini commerciali ricavando una notevole fonte di ricchezza. A lui spettava l’esclusiva gestione del gioco, facendo pagare agli avventori un biglietto di 25 centesimi per tre discese. Lasciamo la parola al canonico Mantovani:

“Egli era già più di un mese che a fianchi del dazio del Porta Romana nella osteria fu fatta una discesa precipitosa non più di 150 passi, suolata d’asse lisce con alcune fenditure, in cui penetrano alcune piccole rotelle di ferro, su cui trovasi una piccola sediola per una sola persona, o per due, ma l’una seduta in grembo all’altra. Qui intervengono i cittadini a fare le slittate a somiglianza di quelle che si fanno in Russia sul ghiaccio. A questa puerilità concorre per essere spettatrice ed esecutrice una infinità di persone dalla prima alba sino verso la mezzanotte. Non è credibile il concorso di carrozze, di nobiltà, dame, gioventù, vecchi, pagando 25 centesimi all’ingresso da scontarsi o con tre corse o con qualche acqua o bicchier di vino. Non avrei mai creduta la popolazione nostra sì sventata di testa e irriflessiva di correre a turma a questo gioco, o per veder questo spettacolo. L’inventore guadagna di netto ogni giorno un coll’altro L.1.000 di Milano. La polizia ha messo in ogni legge positiva, che non possi più come in passato andare scendendo un uomo con donna seduta in grembo, come finora si è fatto. Chi misuri lo spazio di tempo di tali slittate, in tempo di 7 minuti furono eseguite 32 discese. Finora non si rallenta il concorso”.
[Luigi Mantovani, Diario politico ecclesiastico, a cura di Paola Zanoli, Roma, Istituto Storico per l'età moderna e contemporanea, 1994, vol.V., pag.94]

A quegli spudorati organizzatori delle slitte alla russa non può che andare il nostro plauso ammirato. Fecero divertire nelle calure estive i giovani milanesi, i quali accorsero in gran numero attirati dalla facilità con cui, grazie a quel passatempo, era possibile stringere tra le braccia i corpi suadenti di ragazze e donne (più o meno custodite) desiderose solo di divertirsi e di passare un po’ di tempo in modo spensierato. In fondo aveva ragione il Rovani quando concludeva che «quando uno, nel caso di metter fuori una ditta, sceglie per socio il peccato, è quasi sempre sicuro di far fortuna».

mercoledì 30 aprile 2014

Cattaneo e la guida di Milano che non vide mai la luce

Carlo Cattaneo scrisse le celebri Notizie naturali e civili su la Lombardia in occasione del sesto congresso degli scienziati italiani che si tenne a Milano nel settembre 1844. Questo evento coinvolse - com'è noto - larga parte della società lombarda. Parallelamente all'attività di Cattaneo varrà la pena ricordare che furono compilati - a cura dello storico risorgimentale Cesare Cantù - i due volumi intitolati Milano e il suo territorio: vi furono pubblicati testi afferenti alla storia, alla religiosità, alla statistica, all’istruzione, alla sanità, alla vita sociale di Milano ad  opera di eminenti personalità quali il prefetto della Biblioteca Ambrosiana, l’abate Bartolomeo Catena, Giuseppe Sacchi, il nobile Pompeo Litta (noto per le ricerche erudite che andava effettuando sulle famiglie nobili italiane), Giovanni Labus, il professor Achille Mauri e lo stesso Cantù.

Tra le carte mai pubblicate che Carlo Catttaneo scrisse per quell’evento ve ne sono alcune di notevole interesse. Il contenuto di questi documenti, rielaborato ed organicamente ultimato, avrebbe costituito con ogni probabilità una Guida di Milano per i visitatori che fossero giunti in città in occasione del congresso.

In questi manoscritti, che si trovano nell'archivio Cattaneo conservato presso le Civiche Raccolte Storiche del Museo del Risorgimento, la città era presa in esame da un punto di vista geo-economico e storico artistico. 

Particolarmente interessanti le considerazioni introduttive, ove largo spazio era riservato alla descrizione geografica.

Il territorio su cui sorge Milano è un vasto rettangolo il cui lato settentrionale vien formato dalla catena dell'Alpi Leponzie e Retiche; l'occidentale dal Lago Maggiore e quindi dal Ticino; l'orientale dal Lago Lario (Como) e quindi dall'Adda, il meridionale dal Po. Questo territorio dirupato e orrido sotto l'Alpi, viene lentamente ad ingentilirsi in men erte montagne, poi in colline amenissime, quindi in pianure asciutte e vinifere, e finalmente in campi quasi immersi nell'acque che li fecondano.

A gradi 26,51 di longitudine 45,27,51 di latitudine, laddove il piano comincia a farsi umido ed irrigato, s'innalza Milano. Talché uscendo dalle porte rivolte a Mezzodì si ritrova tosto un meraviglioso intreccio di canali irrigatorj; mentre da settentrione a stento si trova un prato o un canale.

Seguivano importanti considerazioni sui canali navigabili che solcavano la città:

Lontana da ogni fiume navigabile Milano sarebbe male atta al commercio, qualora l'industria (operosità) degli abitatori non avesse condotto fino in città due canali navigabili l'uno tratto dall'Adda (il Naviglio Martesana), l'altro dal Ticino (il Naviglio Grande). Parte delle acque in tal modo raccolte va ad irrigare i terreni; parte forma un terzo canale che congiunge Milano con Pavia (il Naviglio Pavese) e apre, mercé del Po, una via all'Adriatico.

Il terreno è per natura e per arte (lavoro) fertilissimo. L'aria bastevolmente pura; se non che presso la città si risente della soverchia umidità della adjcenti campagne.

In margine Cattaneo formulava un giudizio significativo sulla mentalità pratica, sull'indole essenzialmente lavorativa dei milanesi, nati più per operare nella società che per 'disquisire dei massimi sistemi'. Si riportano tali considerazioni, ove risultava evidente che la cultura milanese, per lo meno negli ultimi due secoli, era andata legandosi strettamente ai bisogni della società. Il castello inaccessibile di una "insetata verbosità" fine a se stessa, diffuso in molte città italiane, non apparteneva a Milano.

In confronto alle altre città d'Italia Milano ha minor numero di cruscanti, di puristi, di periodisti, di parolaj d'ogni razza e d'ogni partito. Qui le persone studiose si ingegnano di essere contemporanee del loro secolo e non s'affannano di ritardare, per quanto è lor possibile, i progressi dell'intellettuale perfezionamento ne' loro concittadini distraendoli dallo studio delle cose a quello di una insetata verbosità.

Notevoli le notizie topografiche su Milano, che Cattaneo descriveva richiamandosi all'immagine dei due anelli che cingevano la città: il primo era costituito dal Naviglio Interno, che venne scavato dai milanesi al di fuori delle antiche mura medievali. Questo canale, chiuso tra gli anni Ottanta dell'Ottocento e il 1929/30, collegava il Naviglio Martesana (che scendeva da nord est) con i navigli grande e pavese (che percorrevano la bassa pianura in direzione sud-sud ovest). 

Il secondo anello era invece formato dai bastioni spagnoli, i cui frammenti sono in parte tuttora visibili. Seguiva la descrizione delle Porte milanesi, alcune delle quali esistono ancora oggi. Ma lasciamo la parola a Cattaneo:

I bastioni esternamente e internamente il naviglio formano a Milano un doppio recinto quasi circolare. Il naviglio è una fossa scavata appiè delle antiche mura in occasione dell'assedio del Barbarossa ridotta ora a canal navigabile in cui immettonsi le acque de' due navigli d'Adda e di Ticino. E nel suo giro comprende la città propriamente detta. I bastioni che si estendono più vastamente...furon fabbricati nel 1549 sotto Carlo V per ordine del governatore Ferrante Gonzaga, giusta l'architettura militare di quei tempi. Fra essi e il naviglio si comprendono i propriamente detti "borghi". Al di fuori rasente i bastioni si aggira la testé compiuta strada di circonvallazione che offre molte miglia di ombroso passeggio. I bastioni vengono interrotti da undici porte. La Porta Tosa volta a oriente; alquanto verso Nord l'attigua Porta Orientale; e così via: a Nord Est la Nuova; a Nord la Comasina (Porta Garibaldi); a Nord Ovest la Tenaglia e il Portello (oggi Parco Sempione, dietro il Castello Sforzesco); ad Ovest la Vercellina; a Sud Ovest la Ticinese; a Sud la Lodovica e la Vigentina, a Sud Est la Romana.

L'Orientale, la Nuova, la Comasina, la Vercellina, la Ticinese, la Romana sono le principali. Anticamente davano il nome ai quartieri della città e scompartimento alle truppe civiche.

Nel centro di essa, ma alquanto verso oriente, sorge il Duomo; da cui quasi come raggi si dipartono i corsi che guidano a ciascuna Porta, tortuosi ed angusti nell'interno della città, ma spaziosi e diritti quanto più se ne dilungano. Essi prendono il nome dalle rispettive porte.


venerdì 21 marzo 2014

Due idee per sposare Sport e Cultura: MilanoAnticheMura e MilanoSestieri

Domenica si terrà la Stramilano, la corsa che ogni anno chiama a raccolta tanti appassionati dello sport. Nata come iniziativa per corridori esperti desiderosi di cimentarsi in una mezza maratona (21 km), con il passare del tempo la Stramilano ha accresciuto il numero delle sue iniziative. Com'è noto, oltre alla corsa agonistica di 21 chilometri, oggi vengono allestite anche quelle di 10 km e di 5 km. Insomma, l'evento, che cade ad inizio di primavera quando le condizioni meteorologiche sono quasi sempre avverse (la primavera è piovosa...), è divenuto ormai una vera e propria istituzione, una tradizione cittadina. 

La Stramilano da 10 chilometri è la più amata dai milanesi perché la lunghezza del percorso consente la partecipazione di persone che non praticano lo sport a livello agonistico. Non è per caso se questa corsa è chiamata oggi "Stramilano dei 50.000". I corridori in partenza da piazza Duomo, dopo aver attraversato corso Vittorio Emanuele e corso Venezia, svoltano a destra per attraversare gran parte dell'antico tracciato dei Bastioni spagnoli. Non si può dire infatti che i podisti percorrano l'intero perimetro delle mura spagnole: i bastioni di Porta Volta e di Porta Nuova non sono compresi nel giro.

Da qui mi son venute due idee che vorrei rivolgere agli assessori allo Sport e alla Cultura del Comune di Milano. Non so quanto siano fattibili ma credo opportuno renderle pubbliche nella speranza che possano suscitare un proficuo dibattito sul tema.

La prima idea riguarda una Stramilano agonistica da 21 km lungo il tracciato delle antiche mura milanesi: bastioni spagnoli, mura medievali e mura romane.  La gara, che potrebbe chiamarsi "Milan old walls" o "Milano antiche mura" dovrebbe interessare all'incirca i tre tracciati delle cinte murarie.

I corridori partirebbero dall'Arena Civica per affrontare un percorso ad anelli concentrici. 

Il primo anello coprirebbe l'intero tracciato dei bastioni spagnoli: 

via Legnano, Bastioni di Porta Volta, viale Francesco Crispi, Bastioni di Porta Nuova, viale Monte Santo, Viale Città di Fiume, Bastioni di Porta Venezia, viale Luigi Majno, Viale Bianca Maria, viale Regina Margherita, viale Emilio Caldara, viale Beatrice d'Este, viale Gabriele D'Annunzio, viale Papiniano, viale di Porta Vercellina, piazza Conciliazione, via Giovanni Boccaccio fino a piazzale Cadorna.

Il secondo anello passerebbe lungo il tracciato delle antiche mura medievali e del vecchio naviglio cittadino la cui parziale riapertura ci auguriamo possibile nei prossimi anni: 

via Carducci, via De Amicis, via Molino delle Armi, via Santa Sofia, via Francesco Sforza, via Visconti di Modrone, via Senato, via Fatebenefratelli, via Pontaccio, via Tivoli. 

Passando per un tratto del foro Bonaparte, i corridori della "Milano antiche mura" giungerebbero infine in piazza Cairoli per percorrere l'ultimo anello, quello più piccolo coincidente in via tendenziale con il tracciato delle antiche mura romane di epoca massimianea: 

via Cusani, via dell'Orso, via Monte di Pietà, via Monte Napoleone, piazza San Babila, via Durini, largo Augusto, via Larga, piazza Velasca, corso di Porta Romana, via Maddalena, corso Italia, via Disciplini, via San Vito, Carrobbio, via del Torchio, via Circo, via Cappuccio, via Luini, corso Magenta, via San Giovanni sul Muro. 

Al traguardo, in piazza Duomo, i partecipanti arriverebbero passando per via Dante, Piazza Cordusio e via Mercanti. 

Credo che tale iniziativa possa essere non solo una sfida sportiva, ma anche un evento teso a rendere percepibile al vasto pubblico una parte importante della storia milanese. Anche in questo caso, si potrebbe pensare a una "Milano Antiche Mura" ridotta a 12-13 chilometri lungo il tracciato dei bastioni spagnoli: bastioni da correre integralmente, non in parte come avviene nella Stramilano di oggi!


La seconda idea è una gara di corsa a metà strada tra la corsa veloce e la corsa di resistenza. Limitata ai primi sei atleti che abbiano vinto la "Stramilano Antiche Mura", tale iniziativa si svolgerebbe in sei percorsi (di una lunghezza tra 1.65 e 2 chilometri) lungo i viali e i corsi che si trovano al centro dei Sestieri Milanesi: gli antichi quartieri cittadini che traevano la loro denominazione dalle antiche porte urbane (Porta Orientale, Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vercellina, Porta Comasina, Porta Nuova). Anche questa iniziativa consentirebbe a mio parere un prezioso recupero della cultura milanese valorizzando la storia cittadina. La gara sarebbe vinta dall'atleta che avesse totalizzato il minor tempo di percorrenza lungo i sei tracciati. Ogni percorso avrebbe inizio da una porta o piazza lungo la cinta dei Bastioni. Il traguardo sarebbe fissato invece in piazza dei Mercanti, antico cuore di Milano, il punto ove convergevano i sei assi stradali di ciascun quartiere.   

Corsa nel Sestiere  di Porta Orientale: Porta Venezia, corso Venezia, piazza San Babila, corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo, via Mercanti, piazza dei Mercanti.


Corsa nel Sestiere di Porta Romana: piazza Medaglie d'Oro, corso di Porta Romana, piazza Missori, via Mazzini, piazza Duomo, via Mercanti, piazza dei Mercanti.


Corsa nel Sestiere di Porta Ticinese: piazza 24 Maggio, corso di Porta Ticinese, via Torino, via Orefici, passaggio degli Osii, piazza dei Mercanti.


Corsa nel Sestiere di Porta Vercellina: piazza Baracca, corso Magenta, via Meravigli, piazza Cordusio, via Orefici, passaggio delle Scuole Palatine, piazza dei Mercanti.


Corsa nel Sestiere di Porta Comasina: piazza 25 aprile, corso Garibaldi, via Mercato, via Ponte Vetero, via Broletto, piazza Cordusio, via dei Mercanti, piazza dei Mercanti.


Corsa nel Sestiere di Porta Nuova: piazzale Principessa Clotilde, corso di Porta Nuova, via Fatebenefratelli, via Manzoni, via Santa Margherita, passaggio di Santa Margherita, piazza dei Mercanti.


Cosa ne pensate?

martedì 24 dicembre 2013

La messa natalizia di mezzanotte nella vecchia Milano

E' assai probabile che non fossero in molti i milanesi dei secoli passati che andavano alla messa di mezzanotte. La funzione religiosa veniva celebrata in poche chiese del centro: il Duomo, San Fedele, l'antica (oggi scomparsa) Santa Maria Segreta.

Nella basilica di Sant'Angelo, un tempo sussidiaria di San Marco nel sestiere di Porta Nuova, venivano addirittura distribuiti bigliettini d'invito per evitare che la chiesa fosse frequentata unicamente da compagnie chiassose di nottambuli, il che la dice lunga sulla scarsa partecipazione dei milanesi alla messa di mezzanotte.

Non dobbiamo pensare tuttavia che si trattasse di scarsa devozione. Occorre tener presente che un tempo gli edifici di culto non venivano riscaldati. Risultava quindi difficile ai milanesi uscire di casa per assistere  alla messa immersi nel freddo. I membri delle classi abbienti entravano in chiesa ben coperti da cappotti o pellicce. I meno fortunati assistevano probabilmente alla celebrazione con lo stesso spirito di chi, entrato in un frigidaire, non vede l'ora di uscirne per tornarsene al calduccio in casa propria.

C'erano poi le allegre brigate di amici che, terminata la messa di mezzanotte, si recavano dal Nava in via Bocchetto o dal Bouthou in contrada dei Due Muri (via oggi scomparsa, si trovava pressappoco tra via Mengoni e piazza del Duomo): erano alcuni dei pochi locali che restavano aperti fino a notte fonda. I fedeli, usciti dalle chiese intirizziti dal freddo, non esitavano ad entrare in queste botteghe per ordinare cioccolate calde o quella che è passata alla storia con il nome di "barbaiada": una bevanda fatta con caffé e cacao che l'impresario teatrale Domenico Barbaja, giunto a Milano nel 1826 dopo aver lavorato per un certo tempo a Napoli, aveva contribuito a far conoscere ai milanesi.

Più complessa la situazione nelle famiglie più ricche. Se le padrone assistevano alla messa di mezzanotte, le domestiche eran costrette a rinunciarvi, impegnate com'erano nella preparazione del pranzo natalizio. La servitù si accontentava della benedizione impartita dai preti. I cuochi preparavano i ravioli fin dal giorno della vigilia, ovviamente sorvegliati dalle padrone di casa che non esitavano a rimproverarli con inviti più o meno cortesi a metterci meno sale, più salsiccia, poco pepe.....

E il panettone? Non si pensi che la sua forma fosse quella di oggi, simile a una sfera o a un cilindro. Il panettone era semisferico e questo spiega molto bene l'origine del complimento che i corteggiatori un po' disinibiti rivolgevano alle signore mentre ammiravano il loro fondoschiena: "Che bel panetton!".

Nella Milano ottocentesca il vero panettone era sfornato dal Baj, un pasticciere il cui negozio si trovava sotto la Madonnina, in piazza del Duomo all'angolo di via Santa Radegonda. I panettoni che avanzavano erano ceduti a poco prezzo ai "fregujatt",  i "venditori di briciole" che provvedevano a rivenderli raffermi nei borghi o alle fiere. Perché non tutti avevano la possibilità di mangiare il panettone fresco, appena sfornato.

Auguro agli affezionati lettori di questo blog un sereno Natale.


giovedì 26 settembre 2013

Un misterioso omicidio nei chiostri della Passione



I nostri giornali son pieni di notizie relative ad omicidi. Il “Foglio” di Giuliano Ferrara, nell’edizione del lunedì, riserva addirittura un’intera colonna ai fatti di cronaca nera, descritti con la stessa cura per il macabro dettaglio che Alfred Hitchcock impiegò nel making del memorabile “Psycho”.

Gli uomini hanno sempre ammazzato per qualche ragione, tolti ovviamente i malati di mente che una ragione presumono di averla ma la capiscono solo loro. 

Nella Milano del Settecento gli omicidi per furto erano probabilmente assai diffusi. Altrimenti stentiamo a capire quale altro movente avesse spinto un chierico, Antonio Didino, ad uccidere un anziano religioso di 86 anni, l’ex abate Felice Fedeli. Un delitto particolarmente efferato che suscitò sconcerto per il luogo in cui avvenne e per lo stato della vittima. 

Teatro dell’omicidio fu una cella del “venerando monastero” di Santa Maria della Passione nel sestiere di Porta Orientale, oggi sede del conservatorio musicale Giuseppe Verdi. In quei chiostri, a partire dalla fine del XV secolo, vivevano i canonici regolari lateranensi di Sant’Agostino, un ordine religioso cui si doveva la costruzione della chiesa e dell’abbazia. 

Veniamo ai fatti. Il 22 maggio 1745 il Fedeli, che era stato abate nel monastero della Passione, venne ucciso nella sua cella con venti coltellate di cui quattro mortali. L’assassino doveva conoscere assai bene la vittima perché, in caso contrario, non sarebbe entrato nella stanza ove compì l'omicidio.


 

Il cronista milanese Giambattista Borrani ci ha lasciato nel suo diario un prezioso resoconto di questa vicenda. Nella Milano del primo Settecento, ancora legata ai valori religiosi della riforma cattolica tridentina, esso aveva destato particolare scalpore:

 
“…nello stesso giorno seguì un caso veramente orribile. Entrò nel Venerando Monastero di Santa Maria della Passione dei Canonici Regolari Lateranensi una persona incognita in abito chericale, chiedendo conto del Reverendissimo Padre Abbate Felice Fedeli, altre volte Abbate di quel Monastero, che era nell’età d’anni 86, doppo d’avergli parlato entrò in sua cella insieme con esso lui; e poi uscì dalla Porta del Monastero mangiando alcuni confetti, dicendo essergli stati donati dal detto Padre Abbate. Ma entrando poi alcuni Religiosi nella Cella lo trovaron morto sul pavimento, medianti 20 ferite con coltello di punta acuta, 4 delle quali mortali. Un tal sacrilego, proditorio, ed atroce omicidio commosse la Città tutta”.

[Diario di Giambattista Borrani, anno 1745, Biblioteca Ambrosiana, Fondo Sussidio n.6]


Partì la caccia all’assassino. Il portinaio del monastero, che aveva visto il misterioso malvivente, aiutò le autorità a perlustrare le vie cittadine. Tali sforzi non furono vani. Ben presto il portinaio riconobbe infatti l’omicida davanti a un negozio nella contrada dei Visconti. Si trattava per l'appunto di Antonio Didino, figlio di un falegname specializzato in sgabelli di legno (i famosi scagn milanesi).

Varrà la pena ricordare che la contrada dei Visconti, scomparsa negli anni Sessanta del XIX secolo in seguito all’ingrandimento di piazza del Duomo, si trovava all’incirca nella zona di piazza Diaz, tra le attuali vie Rastrelli e Baracchini: essa collegava l’antica via Dogana (anch’essa distrutta in seguito al citato ampliamento della piazza) con la contrada del Pesce (oggi via Paolo da Cannobio).

Quando il portinaio riconobbe l’assassino, il gendarme cercò di arrestarlo ma il chierico riuscì a fuggire. Il cronista Borrani ci racconta che il Didino si rifugiò in casa dei familiari, che abitavano nella contrada di Santa Margherita. Stando alla nostra fonte, gli amici e i parenti del chierico, appreso quanto era avvenuto, gli suggerirono di consegnarsi all’autorità vescovile per dimostrare l’infondatezza della accuse. Il Didino seguì il consiglio ma dovette ben presto pentirsi della scelta: in seguito ad alcune contraddizioni contenute nella deposizione al giudice ecclesiastico, posto sotto i tormenti della tortura, fu costretto a confessare il delitto:

Annotava il Borrani il 16 dicembre:

“Si passò poi a fare gli esami e per certe contradizioni nelle risposte si formò sospetto di sua complicità; quindi con evidenti prove convinto, e costretto dai tormenti confessò il delitto, cioè che nel detto giorno 22 maggio rubbò al Padre Abbate Fedeli una Cappa, ed altre cose del valore di filippi 23.10; che fece perquisizione per rubbargli altri denari; e che commise il barbaro omicidio con 20 ferite, repplicandogli due colpi con peggiore sevizia doppo caduto quasi morto sul pavimento”.


Il processo terminò in dicembre: la sentenza stabilì la colpevolezza del Didino che, dopo essere stato privato degli ordini religiosi, veniva consegnato dall'arcivescovo al braccio secolare (vale a dire alle autorità dello Stato di Milano).

Il 16 dicembre arrivò la sentenza del Senato, la suprema magistratura giuridico amministrativa dello Stato. Il Didino fu condannato “ad essere condotto il dì 18 [due giorni dopo quindi] sovra Carro allo Stradone che conduce al Monastero della Passione con tre colpi di tenaglia rovente sulle spalle ed ivi appiccato sovra una Forca più alta della solita”. 

L’instabilità politica seguita al repentino mutamento di regime nello Stato di Milano sembrò tuttavia portare fortuna all’ex chierico. Dal 1740 il ducato di Milano, dominio degli Asburgo di Vienna, era infatti coinvolto nella guerra di successione austriaca: com'è noto, il conflitto scoppiò perché i sovrani di Prussia, Spagna, Francia, Baviera e Sassonia non avevano riconosciuto la successione al trono imperiale della giovane Maria Teresa di Asburgo. 

L'intervento dell’Inghilterra, la progressiva divisione degli avversari, l’alleanza con il re di Sardegna Carlo Emanuele III e l’aiuto dei fedeli sudditi della “nazione ungherese” furono però decisivi nel salvare i domini di casa d’Austria da una disgregazione che sembrava inevitabile. Maria Teresa ne uscì vittoriosa: la giovane imperatrice firmò la pace di Aquisgrana il 18 novembre 1748 ma dovette rinunciare alla ricca regione della Slesia, passata definitivamente alla Prussia di Federico II. Inoltre il ducato di Milano, che aveva già subito rilevanti amputazioni a vantaggio del Piemonte, fu ulteriormente ridotto in seguito alla cessione a Carlo Emanuele III dell’Alto Novarese, di Vigevano e del territorio di Voghera. 

Negli anni della guerra Milano venne conquistata dalle truppe nemiche. L’esercito gallo ispano entrò in città il 16 dicembre 1745, nello stesso giorno in cui il Senato pubblicava la citata sentenza di condanna capitale nei confronti del Didino. Per circa tre mesi, dalla fine di dicembre alla metà di marzo del 1746, la città del Duomo fu quindi governata dal re di Spagna Filippo V di Borbone. 

Tornando all’omicidio avvenuto nei chiostri della Passione, il nuovo Sovrano era intenzionato a confermare la condanna capitale ma una ristretta cerchia di persone, animate da sentimenti di filantropia, chiese alle autorità  di salvare la vita al condannato. Spiccava in questo gruppo la nobildonna Clelia Borromeo, che dimostrò di avere a cuore la difesa dei diritti umani anticipando di quasi vent’anni i celebri illuministi milanesi Cesare Beccaria e Pietro Verri. 

Il re di Spagna, nonostante fosse personalmente favorevole alla pena di morte, accolse l’appello della Borromeo, che godeva di enorme credito a Milano. Non sarà fuori luogo ricordare in proposito che il suo salotto culturale, l'Academia Cloelia Vigilantium, frequentato da illustri studiosi di fama europea, contribuì grandemente al progresso delle scienze e delle lettere.

La sentenza capitale fu quindi abolita e la condanna fu tramutata  in carcere a vita.

Scriveva il Borrani:

“Nel detto giorno 18 [dicembre], in cui doveva eseguirsi la giustizia col detto chierico Didino, considerando l’Eccellentissimo Senato che la condanna era seguita nella mattina del giorno 16 sotto il governo della nostra sovrana Maria Teresa, e che essendo qui giunte nel dopo pranso dello stesso giorno le Truppe della Spagna, non potevasi eseguire la sentenza senza l’approvazione del Real Principe, commandò che la sentenza fosse sospesa; onde il povero condannato fu trattenuto ancora in Conforteria sin tanto che qui arrivasse il detto Real Principe”.

“A 20 fu esposto al Real Principe il detto caso del Chierico Didino, colla sentenza già pronunziata dal Senato, ma poi prorogata, e nello stesso tempo fu pregato a render giocondo il suo arrivo coll’accordare la grazia della vita al povero condannato, ma egli vedendo essere stato troppo barbaro il fatto non volle acconsentire, onde nel dì 21 doveva essere eseguita la sentenza”.

 “Ma repplicatesi nel dì 21 le preghiere, particolarmente di Monsignor Gallarati vescovo di Lodi e della Signora Contessa D. Clelia Borromea, si arrese il Principe ad accordare la grazia della vita, colla pena però di prigionia perpetua; onde doppo di esser stato il povero chierico trattenuto in Conforteria quasi 6 giorni, fu levato dalla medesima, e condannato al perpetuo carcere”.

Sembrava che il Didino fosse destinato a trascorrere il resto della vita nelle regie carceri che si trovavano nel palazzo del capitano di giustizia in Porta Orientale. Oggi l’edificio, che si affaccia su piazza Fontana, è sede della polizia municipale. 

Il destino riservava tuttavia una fine ben diversa all’ex chierico milanese. 

Il 16 marzo 1746 gli austriaci tornarono in possesso del ducato di Milano. Alcuni mesi dopo la sentenza di condanna a morte fu resa esecutiva. Il piccolo gruppo di personalità che avevano chiesto di risparmiare la vita al condannato era pressoché scomparso. La Borromeo, appartenente a quella parte della nobiltà che si era maggiormente compromessa per aver collaborato con il cessato regime spagnolo, dovette fuggire da Milano e stabilirsi nella repubblica di San Marco.  

Nulla più si opponeva all’esecuzione della condanna a morte del Didino. Maria Teresa confermò rigorosamente la sentenza del Senato. Il primo settembre l'ex chierico, dopo essere stato orrendamente torturato come era prassi per i rei di omicidio appartenenti al popolo, fu impiccato sopra un carro posto a pochi metri dal luogo ove era avvenuto il truce omicidio. 

Un gran numero di cittadini aveva assistito all’evento, mosso da un sentimento di palese soddisfazione per l’esecuzione della condanna. Come sembravano lasciar trasparire le annotazioni del Borrani, la sentenza del Senato costituiva, nella percezione popolare, il segno della giustizia divina. Il motto “Senatus iudicat tamquam Deus”, con cui si era soliti definire l’attività del Senato, lungi dall'essere un’astratta formula giuridica, riassumeva assai bene le fede dei milanesi nell’operato della suprema istituzione del ducato.

Lasciamo per l’ultima volta la parola al Borrani:

“A 1 [settembre] fu giustiziato il Cherico Antonio Didino …siccome però le grazie fatte dai Spagnuoli nel tempo dell’occupazione di questo Stato furon dichiarate invalide…così l’eccellentissimo Senato per ordine particolare della Corte di Vienna esaminò di nuovo la causa del detto Didino, e a 30 dello scorso mese decise exequendam esse primam sententiam. Onde fu posto di nuovo in Conforteria, e nel detto giorno 1 fu condotto sovra Carro con 3 colpi di tenaglia allo Stradone della Passione, ed ivi sovra d’una forca più alta della solita fu impiccato”. 

“Il concorso di persone d’ogni condizione, e sesso in quelle contrade, che dalle carceri conducono al detto Stradone fu indicibile, ammirando tutti la Divina Providenza, e le cose dalla medesima disposte per voler punito un sì grave delitto”.

Meno di vent’anni dopo il giovane Pietro Verri, pronunciando un audace discorso dinanzi al sodalizio dell’accademia dei Pugni, avrebbe mosso le prime serrate critiche alla giurisprudenza del Senato: 

“Oh gran Senato che non giudica come i Senati, bensì come Dio, Senatus judicat tamquam Deus, cioè tamquam Deus non dando mai ragione delle proprie sentenze; poiché se desse ragione gliene resterebbe tanto meno per lui e non è mai soverchia la ragione in un Tribunale di Giustizia; judicat tamquam Deus ad imitazione dei giudizii di Dio col fuoco, coll’acqua, col duello e coi dadi, quali come c’insegnano le storia chiamavansi pure Judicia Dei”.
[P. Verri, Orazione panegirica sulla Giurisprudenza milanese, 1763]

martedì 10 settembre 2013

Un lupo semina il terrore nella Brianza del primo Settecento

Nel diario dell'abate milanese Diego Antonio Minola, sotto l'anno 1741, si trova una curiosa annotazione relativa a una serie di tragici eventi avvenuti nei dintorni di Milano. 

Un lupo aveva sparso il terrore in comuni quali Vimercate, Cambiago, Carugate, Velate, Oreno. Non si trattava degli assalti contro il bestiame cui andavano soggette le proprietà dei contadini. Si trattava di feroci sbranamenti di cui sembravano esser state vittime in larghissima parte bambini.

Nella narrazione il Minola descriveva il lupo ritraendolo con sembianze quasi demoniache. In effetti, vista la scelta delle vittime, il caso presentava elementi assai inquietanti, che avevano grandemente impressionato la collettività. 

Ma diamo la parola al Minola: 

"Un animale selvatico longo tre braccia milanesi [equivalente a 1.78 metri, NdR] fu veduto nella stagione estiva dell'anno passato a rubbare figliuoli, essendo creduto lupo nostrano,  e nell'autunno si ritirò non si sa dove".

"Questo anno ritornò di nuovo sul principio della estate, e senza toccare né persone, né cani, né altre bestie domestiche faceva strage di carne umana, e particolarmente di fanciulli, contandosi de 80 persona (sic!) sbranate nei territori di Vimercate, Orena (Oreno), Velate, Oldaniga, Cambiago, Carrogate (Carugate)".

"La fiera nell'assalire la gente in campagna compariva con occhi rossi e lingua serpentina con collo armato di setole lunghe più di quelle del cignale (sic!), e tutto il restante del corpo era basso e ruido color castano macchiato di nero con coda pelosa simile al collo e con agilità incredibile, onde ne restava sempreppiu' spaventato tutto il paese, benché armato, finché venne uccisa nel dì 15 luglio 1741 nel bosco di Concorezzo quando aveva afferrata una giovane di 14 anni e la divorava". 

"In tale circostanza fu fatta una stampa incisa dall'incisore Marc'Antonio Dal Re rappresentante al naturale, essendo i piedi avanti muniti di cinque denti (sic!), perciò del genere dei lupi".

Da "Diario di Diego Antonio Minola" in Biblioteca Ambrosiana, G112 Suss. 

Purtroppo non è stata trovata traccia della stampa eseguita da Marc'Antonio Dal Re, il quale - com'e' noto - si guadagnò la fama nella Lombardia settecentesca eseguendo preziose incisioni che ritraevano  scorci di strade e isolati milanesi. Del Dal Re merita infine ricordare la raccolta di incisioni riguardanti le ville imponenti che i patrizi milanesi, seguendo i costumi della società di corte tipica dell'antico regime, si erano costruiti nei loro possessi in campagna.

lunedì 27 maggio 2013

Andreotti, un ritratto con molte ombre e poche luci

La morte di Giulio Andreotti impone alcune riflessioni sul ruolo da lui rivestito nel sistema politico italiano. Ora che se n’è andato nella sorpresa generale – già perché noi tutti eravamo convinti che avesse guadagnato l’immortalità in forza di un patto luciferino – ci sentiamo improvvisamente più leggeri ma al contempo più insicuri, come se avessimo perso con lui, nel bene e nel male, un pezzo di storia, una parte importante del nostro passato, della nostra memoria collettiva. Eppure, a ben vedere, tale sensazione coglie un'esigua minoranza di persone. La maggioranza di quanti sono vissuti negli anni della sua lunga carriera politica crede ancora oggi che sia l'incarnazione del "grande vecchio", il malvagio custode dei misteri più occulti della cosiddetta Prima Repubblica. C'è poi chi non si pronuncia per ragioni anagrafiche. Provate a chiedere ai giovani di oggi cosa pensano di Andreotti. Molti vi rispondono candidamente che non lo conoscono.

Sarebbe tuttavia un grave errore dimenticarsi del politico romano. Cresciuto nella scuderia di Alcide de Gasperi, Andreotti ereditò dell’uomo trentino il senso dello Stato ma apparteneva a una generazione diversa, era fatto di una pasta diversa. Persona assai più di curia che di governo, sembrava affrontare le prove della vita con cinico distacco, foderato di quel compassato realismo che lo ancorava, nello stile di governo, ai più scaltri e navigati segretari di Stato dell'ancien régime. Insomma, quando penso alla sua condotta in politica, ai sette governi da lui presieduti tra gli anni Settanta e i primissimi anni Novanta, mi vengono in mente le sagge, ciniche massime del cardinale Armand-Jean du Plessis du Richelieu o del cardinale Giulio Mazzarino, due uomini che ressero il governo della Francia per buona parte del XVII secolo. Tra gli adagi più diffusi nelle corti europee di fine Seicento ve n'era uno che costituiva quasi una piccola guida pratica per gli uomini di governo

"Non essere facile alle promesse e alle concessioni. Ridi poco. Non prendere decisioni affrettate e non cambiare mai quello che hai deciso. Non fissare le persone, non grattarti il naso e non arricciarlo, non fare l'aria severa, gesticola poco, tieni la testa eretta, parla poco e sentenzioso, cammina a passi misurati, muovi il corpo con dignità". 

Se si toglie il riferimento alla testa eretta, questa massima attribuita al cardinale Mazzarino sembra uscita dalla penna di Andreotti.

Uomo realista, dotato di un eccezionale fiuto politico, di un senso della misura che superava di gran lunga quello dei suoi avversari, Andreotti aveva capito che per governare l’Italia non era sufficiente il rispetto e l'attuazione dei principi costituzionali. Occorreva agire per così dire dietro le quinte, passare attraverso la mediazione continua con i poteri effettivi di cui è intessuto da sempre il complesso ordito della penisola. Seppe mediare tra i partiti reggendo da maestro il gioco parlamentare. Curò i rapporti  con il Vaticano restando rigorosamente entro le rotaie della laicità dello Stato come insegnava la scuola cattolico liberale.

Relativamente ai rapporti con la mafia, la sentenza del Tribunale di Cassazione del 23 dicembre 2004 ha stabilito la sua assoluzione dal reato di associazione mafiosa dal 1982 in poi anche se restano molti dubbi sui suoi rapporti con uomini di Cosa Nostra nel periodo precedente. Il che peraltro non è bastato a provare una sua effettiva collusione con la mafia perché negli anni anteriori al 1980 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso non esisteva nel codice penale: per quegli anni Andreotti ha avuto la prescrizione per il reato di associazione a delinquere semplice. Insomma, questa parte della sua vita è ancora avvolta nell'ombra.
 
Nel sistema di governo parlamentare Andreotti fu uno dei maggiori interpreti di quella politica della mediazione, della ricerca del juste milieu nella formazione dei governi di larghe intese per il bene del Paese che fu probabilmente uno dei pochi lasciti preziosi della Prima Repubblica; uno stile di governo che oggi Napolitano ha fatto bene a recuperare e ad incoraggiare - sia pure tra mille difficoltà - in seguito al pieno fallimento del bipolarismo nei vent’anni seguiti alla discesa in campo di Berlusconi.

Come avviene per tutti i grandi capi di governo, chi voglia abbozzare un ritratto del politico romano non può che ricorrere alla tecnica del chiaro scuro. E' facile ricordare le molte ombre, più difficile scorgere le qualità che pure vi furono in quest'uomo mite, che curava i rapporti con gli elettori agendo con zelo, dedizione e impegno.

Tra le sue qualità non si può negare il senso dello Stato che ebbe fin dall’inizio della sua carriera politica. Un senso dello Stato che, nei momenti più difficili della democrazia italiana, lo pose dinanzi a scelte dolorose. Quando fu rapito Aldo Moro, Andreotti era presidente del consiglio in un governo monocolore appoggiato dalla Democrazia Cristiana e dal Partito comunista. Assieme ad Ugo la Malfa e ad Enrico Berlinguer, non esitò a guidare il fronte della fermezza contro ogni ipotesi di compromesso con i terroristi. Andreotti avvertì addirittura i suoi familiari e gli amici più cari che se la disgrazia di cui fu vittima Moro fosse capitata a lui o a qualsiasi altro politico, il dovere del governo era di non indietreggiare di un millimetro dalla linea della fermezza. Lo Stato non poteva scendere a patti con le Brigate Rosse, con chi aveva assassinato i suoi uomini più fedeli: magistrati e poliziotti. Se questo fosse avvenuto, le Brigate Rosse avrebbero raggiunto il loro scopo: mostrare che lo Stato era debole, incapace di assicurare ai cittadini le sue funzioni fondamentali: la pace sociale e il rispetto del diritto. Se il governo fosse sceso a compromessi con i terroristi, sarebbe stato evidente che il diritto dello Stato poteva essere combattuto, piegato dalle logiche della forza organizzata. Sarebbe scoppiata in altri termini una guerra civile. In un'intervista rilasciata a Radio 24 in cui ricordava a distanza di anni quei drammatici eventi, Andreotti disse:

"Durante il rapimento di Aldo Moro, la linea della fermezza era l'unica via possibile. Se noi avessimo ceduto, ci sarebbe stato uno sciopero bianco di tutte quelle categorie che erano state colpite dai brigatisti perché tra morti e feriti un pezzo dell'Italia aveva pagato un contributo pesantissimo. Se noi avessimo trattato ci sarebbe stata la ribellione delle vittime del terrorismo. La linea della trattativa non avrebbe risolto il problema. Resto rammaricato per non essere riuscito a salvare Moro. Sicuramente c'è stata una correlazione tra l'insediamento del mio Governo e il rapimento Moro".

La seconda qualità di Andreotti risiedeva nell'atteggiamento prudente, in quell'attenta comprensione dei fenomeni storico-sociali che egli si era formato probabilmente negli anni verdi della sua vita, nel periodo trascorso alla Biblioteca Vaticana quando attendeva ai suoi studi sulla marina pontificia. Il politico romano nutriva una grande passione per la storia. Occorre ricordare a tal proposito, tra i contributi da lui resi in questo campo, un interessante libro su Pio IX (G. Andreotti, La fuga di Pio IX e l'ospitalità dei Borbone, Roma, Benincasa 2003) in cui mostrava come papa Mastai Ferretti, negli anni tormentati del 1848-49, non fosse pregiudizialmente contrario alla concessione di una Carta costituzionale per gli Stati pontifici informata, sia pure in parte, ai principi del costituzionalismo moderno. In appendice al volume era allegato il documento della bozza elaborata dai giuristi del Papa.

Insomma, è difficile stilare un bilancio sull'operato di Andreotti in politica. La sua figura non cessa dividere l'opinione pubblica. I giudizi di natura politica, divisi come sono tra quelli che lo accusano e quelli che lo assolvono, rendono assai difficile comprendere con distacco il suo ruolo all'interno delle istituzioni in politica interna. Anche in politica internazionale la sua azione diplomatica filopalestinese e filoaraba tra gli anni Settanta e Ottanta, non è stata ancora studiata come meriterebbe.

Attendiamo dagli storici dell'età contemporenea uno studio che, muovendo dall'analisi rigorosa delle fonti documentarie e degli atti processuali, possa prendere in esame con metodo avalutativo la sua azione in politica interna e ancor più nelle complesse dinamiche della politica internazionale nell'età della guerra fredda.